Appunti dell’incontro del 30 luglio

I MATTI DI UNA VOLTA

Le case dai tetti rossi (Fandango, 2022) di Alessandro Moscè
30 luglio 2022 CI.B.O.

Alessandro Moscè
Prima di tutto voglio dire che ho trovato Monte Porzio davvero accogliente. Sia da un punto di vista architettonico che urbanistico è un paese ben tenuto, con un centro storico curato e una piazzetta circolare straordinaria, come quelle di una volta. Non è affatto scontato che in un piccolo centro si organizzino degli incontri con l’autore e si possano presentare libri, cose che vi assicuro sono difficili anche a Roma e a Milano.
Sapete bene che gli italiani sono refrattari alla lettura, soprattutto di testi letterari, che evidentemente sono impegnativi più dei libri à la page scritti da calciatori, cabarettisti, attori ecc. Mi occupo di letteratura da molti anni e ho rinunciato a fare l’avvocato, anche se sono laureato in Giurisprudenza, proprio per dedicarmi alla scrittura.
Faccio il caporedattore in un giornale di provincia e scrivo come freelance in vari quotidiani, quali “Il Foglio”, dove recensisco libri specie di poesia. Ho pubblicato volumi di poesia, di narrativa e di critica letteraria. Le case dai tetti rossi è a tutti gli effetti un romanzo, che però non nasce dalla fiction, ma da un luogo evocativo realmente esistito: l’ex manicomio di Ancona.

David Guanciarossa
Prima di presentare il libro di Alessandro Moscè mi sono informato sulla gestione dei vecchi manicomi di cui non si conosce quasi nulla. Ho letto un saggio del docente universitario Roberto Vecchiarelli, Cronache dal manicomio, ambientato nell’ex manicomio di Pesaro: un saggio, non un’opera di fantasia, abbastanza impegnativo, con racconti complessi.
Ho appreso che la Legge Giolitti del 1904 regolarizzava gli ingressi e le uscite dal manicomio. Legge che è rimasta valida fino all’avvento della Legge Basaglia del 1980.
Come si entrava in manicomio? Era abbastanza semplice: la segnalazione di un medico, di un sindaco o di un agente di polizia, in generale di un funzionario pubblico, dichiarava la non stabilità mentale o il pericolo per sé e per gli altri del soggetto indicato, consentendo così che quest’ultimo venisse accolto.
Ben presto, in manicomio, il malcapitato diventava solo un numero. Si usciva “orizzontalmente”. Solo se si riscontravano dei miglioramenti e “fuori” c’erano parenti che potevano ospitare il manicomiato, il “miracolo” poteva avvenire, altrimenti si era condannati tutta la vita all’interno di quelle orrende strutture.
Entravano in manicomio gli omosessuali, gli alcolisti, gli epilettici, la donna che “faceva la preziosa a letto”, chi era affetto da malattie oncologiche.
Mi sono ricordato cha nel nostro gruppo di lettura avevamo letto un romanzo del pesarese Paolo Teobaldi: Il mio manicomio. Rammentavo poco di questo testo, ma imbattendomi nel saggio di Vecchiarelli mi sono tornate in mente le due porte del manicomio di Pesaro, che Teobaldi descrive molto bene: “la porta del morto” e la “trappola” o “la porta del matto”. Una porta nascosta era dipinta come il muro. Chi entrava in questa porta era giudicato un “matto pericoloso”. Veniva condotto con la carrozza lungo la via e spesso si agitava. I familiari fingevano di assecondarlo, gli facevano fare qualche passo e quando si trovavano vicino alla porta lo spingevano dentro. Gli infermieri lo prendevano in custodia mettendogli la camicia di forza. Il manicomio era una prigione a tutti gli effetti, come si può ben capire.

Alessandro Moscè
Le case dai tetti rossi: perché questo titolo, mi chiedete? Da Posatora, che è un quartiere di Ancona posizionato in alto, se negli anni Sessanta e Settanta si osservava la città verso il quartiere del Piano, si vedevano degli stabili che sembravano casermoni, rigorosamente con i tetti rossi.
Si era soliti dire ai bambini: “Se non fai il bravo ti mandiamo ai tetti rossi”. I miei nonni materni abitavano in corso Carlo Alberto, a pochi passi dall’ex manicomio di Ancona, appunto dalle “case dai tetti rossi”. Sono stato sempre suggestionato da questo luogo di contenzione perché non capivo il significato della reclusione e perché mi dicevano di stare alla larga dal cancello di via Cristoforo Colombo, di non fissare i pazienti, chi era oltre quelle inferriate, insomma di girare al largo.
Nell’estate del 1975 ero a passeggio con nonna Altera e non c’erano tutti gli agglomerati di adesso. Rimasi colpito da persone che gironzolavano tra i padiglioni e un porticato, i quali avevano, stranamente, degli indumenti molto più lunghi rispetto alla lunghezza delle braccia. Ciondolavano e la loro postura mi faceva sorridere. Da adulto ho capito che quella specie di pigiamoni non erano altro che camicie di forza. Se il matto dava in escandescenza bastava legare le estremità dietro la schiena.
Per scrivere il romanzo ho compiuto un lavoro preparatorio di due anni. Non sono né un medico né uno psichiatra. Se si trattano taluni argomenti è necessario conoscere le basi del lavoro. Ho letto testi di psichiatria e contattato un amico psichiatra, il primo a leggere Le case dai tetti rossi e a darmi i consigli necessari. Il manicomio di Ancona veniva considerato un ricettacolo da parte dei cittadini, ed era così anche nelle altre strutture, in tutta Italia.
Il romanzo non vuole mettere l’accento sul manicomio per quello che è stato, tanto che affronta soprattutto i grandi cambiamenti della psichiatria. Non l’avrei scritto se i manicomi non fossero stati chiusi, se quei cancelli non fossero stati aperti una volta per tutte.
Il professor Guido Lazzari non è altro che la trasfigurazione del dottor Emilio Mancini, per tanti anni il direttore del manicomio di Ancona. Si rese conto che se le persone parlavano tra loro, se riuscivano a comunicare i sentimenti, se lavoravano continuativamente nell’atelier, se d’estate camminavano sulla spiaggia di Palombina, stavano meglio. L’aprire questa città separata da tutto il resto di Ancona significava fare un notevole passo in avanti. Le nuove disposizioni le aveva già pianificate il grande psichiatra Franco Basaglia nel manicomio di Gorizia. Ad un certo punto, con un colpo di genio, Lazzari dice che le pareti del manicomio si debbono tinteggiare, che quei colori grigi non vanno bene, che bisogna “avvalersi” di colori caldi.
Le finestre, anche se avevano le inferriate, dovevano rimanere aperte. Venne pretesa la massima attenzione all’igiene personale. Non più camerate da quindici, venti persone, ma stanze con al massimo sei individui. Il personaggio al quale sono più affezionato, il giardiniere Arduino, intuisce che anche le piante e i fiori sono decorazioni utili a migliorare l’umore. Regala mazzi di rose alle donne, appositamente confezionate, lasciandole in fondo ai loro letti.

David Guangiarossa
Tra i protagonisti del romanzo cito l’intransigente caposala suor Germana; Nazzareno che raccontava le barzellette ed era un balsamo per tutti i ricoverati; l’uomo giraffa che temeva di essere inseguito dai batteri; Carlo che voleva assomigliare al pirata Sandokan; Franca che sognava i nazisti, di notte, avanzare marciando verso le camerate e che si proteggeva ammassando materassi e mobili dietro la porta; Adele che ricordava di aver intravisto Mussolini a Fabriano, in incognito; Giordano che tifava per la squadra del Napoli e si immedesimava nel suo capitano Antonio Juliano. Sono tutti realmente esistiti? L’impressione è che la sua scrittura voglia in qualche modo redimere i pazienti, salvarli.

Alessandro Moscè
I protagonisti del romanzo sono il trasmutamento di persone che vivevano nei manicomi italiani. È vero, in un certo senso c’è questo tentativo di aprire un orizzonte, visto che si intuiva prima della promulgazione della Legge Basaglia che fosse necessario ridare identità e dignità ai ricoverati nei manicomi. Ritengo questa legge la più grande conquista sociale dell’Italia del secondo dopoguerra, come lo furono anche i referendum sul divorzio e sull’aborto e lo Statuto dei Lavoratori.

Incontro con l’autore – Alessandro Moscè

In occasione della vendita della casa di nonna Altera e nonno Ernesto, Alessandro torna ai tetti rossi, ovvero la grande struttura dell’ex ospedale psichiatrico di Ancona, complesso di palazzine nel verde inaugurato a inizi Novecento e riconvertito dopo la Legge Basaglia del 1978. Il distacco dalla casa dell’infanzia diventa per lui la soglia di un viaggio nel tempo, nei ricordi di quando ragazzino gironzolava intorno ai cancelli per vedere i matti, gli internati, di quando Ancona e le Marche tutte confinavano tra quelle mura chi non aveva retto alla Seconda guerra mondiale: le ex prostitute, gli ossessivi, i paranoici e semplici sbandati infliggendo loro privazioni e pene corporali. A dare una svolta alla gestione dell’ospedale, sulla falsariga di Basaglia, Alessandro ricorda fu il dottor Lazzari, assistito da medici, da suor Germana e dal giardiniere Arduino, re dei fiori e delle piante medicinali. Oggetto del loro tentativo di un ospedale più umano l’uomo-giraffa, il pirata, Franca che sogna i nazisti, Adele che non ricorda nulla se non Mussolini, Giordano che quando non colleziona bottoni pensa solo al Napoli calcio. Alessandro entra nei loro cuori e, compassionevole, ci descrive gli ospiti del manicomio come senso, spirito, emozione, paura, speranza. Gioia, tristezza, euforia, disperazione. La sfida di una follia curabile si intreccia ai teneri ricordi famigliari, fatti anche di odori e sapori di un mondo perduto, e al campo da calcio su cui lui e Luca, il figlio del giardiniere, sfidarono i matti in una grande partita con squadre miste. Il racconto poetico e illuminante di un pezzo di storia del Novecento spesso dimenticato, una riflessione emozionante sulla follia, l’integrazione e la libertà.

COPERTINA DEL LIBRO

Incontro Gruppo di lettura – 20 settembre

Una lucciola! Lo so ma statti fermo, dico. Lui si sdraia ma gli esplodono gli occhi. La seguiamo mentre vola e lampeggia, io abbasso le palpebre a intermittenza: quando è spenta le chiudo e quando è accesa le apro così tutte le volte che la guardo è luminosa. Poco dopo ne arriva un’altra e la raggiunge, si avvicinano alle nostre pance, hanno sentito i fiori. Si avvicinano da tutte le direzioni, sono tante, così piccole che anche quando passano sulle nostre facce non fanno nessun rumore. Si posano sui denti di leone per qualche istante, poi volano via. Mangiano sopra di noi, forse mangiano pezzi di noi e poi ci spargono nell’aria.

Io mi chiamo Mina e mi piacciono molte cose: denti di leone, tonno in scatola, libri, ricotta, lucciole e soprattutto i draghi, e le fiamme che escono dalla loro bocca. I draghi nessuno li uccide, sono fortissimi e per questo io mi sento una di loro, infatti la prima volta che ho visto Lorenzo non mi sono neanche spaventata. Lui era infuriato, urlava forte e mi ha lanciato un’occhiataccia. Ma io lo so che era solo molto arrabbiato, come me. Stare qui non ci piace per niente e questo è stato un ottimo motivo per diventare amici. Insieme facciamo sul serio. Siamo davvero due brutti ceffi e di fronte a noi se la danno tutti a gambe, perfino la paura. Il nostro mondo ha le regole che abbiamo deciso: ci sono mostri dentro i laghi, gnomi che aspettano il diploma di magia, gocce d’acqua che diventano animali fantastici e licantropi che esistono davvero. Chi non ci crede noi non lo ascoltiamo perché nonostante quello che dicono gli adulti, questa non è immaginazione. Questa è la realtà. Quella migliore per mettere a punto il nostro piano segreto. Un piano di fuga coi fiocchi. Perché io e Lorenzo dobbiamo scappare. Andarcene via dall’ospedale dentro cui viviamo ormai da troppo tempo e raggiungere il mondo fuori. Perché quando rivedremo il cielo, ogni cosa cambierà. Perché quando siamo insieme non ci batte nessuno.

Un ragazzo di vent’anni gioca a tennis contro un muro e ripercorre con ironia e sarcasmo la sua difficile adolescenza segnata soprattutto dalla prematura scomparsa dei genitori. Convive con una nonna ingombrante e con un pesce rosso, Emilio Salgari soprannominato il “dadaista”, un amico fidato che lo accompagna nel suo mondo d’evasione. Il ragazzo decide di dare una svolta alla sua scialba esistenza e di abbandonare le certezze di una routine che lo sta consumando giorno dopo giorno e subisce un ulteriore scossone quando incontra per la prima vota l’amore che “gli ribalta la vita”, insomma quando dovrà fare i conti con un cuore che batte. Q è un tipo particolare, il suo mito è John McEnroe, parla una lingua tutta sua influenzata dalla passione per il cinema e per il nadsat di Arancia Meccanica. Tra gli abeti del bosco di Paneveggio, immerso negli scenari magici della val di Fiemme e della val di Fassa, si compie lo straordinario destino del protagonista che fino all’ultimo resterà sospeso tra sogno e realtà.

Incontro con l’autore – domenica 17 luglio

Castelli da conquistare o da difendere, opere d’arte misteriose e terrificanti, città sommerse, amori capaci di far perdere tanto la testa quanto la pelle, creature mitologiche, dei iracondi e santi guerrieri: questi sono solo alcuni degli esplosivi ingredienti che vanno a comporre il Libro della veglia, un testo pensato per funzionare da gradevole introduzione alla cultura tradizionale della Provincia di Pesaro e Urbino. Il Volume raccoglie ventotto tra le leggende e le storie più identificative del territorio e delle sue comunità, memorie in buona parte in via d’estinzione, scelte dai curatori del blog ilfederico.com nella duplice speranza di contribuire in tal modo a dar loro una seconda vita e al lettore di trascorrere qualche momento piacevole in compagnia d’un pezzetto di quel racconto ancestrale – e spesso poco conosciuto – fatto dei luoghi che sono lui propri e delle genti che li vissero.

Foto dell’evento

Incontro Gruppo di Lettura – 5 luglio 2022

Paolo Genovese racconta gli istanti perfetti e i drammi di una storia d’amore bellissima, che sfida il tempo, fa riflettere e infine commuove. Una storia d’amore che solo due supereroi possono vivere.

«Avvertenza prima dell’uso: qui si piange questo è un romanzone d’amore» – Maurizio Crosetti, Robinson

Servono i superpoteri per amarsi tutta una vita, Anna e Marco lo sanno bene. Lei è una fumettista dal carattere impulsivo, nemica delle convenzioni; lui un professore di fisica convinto che ogni fenomeno abbia la sua spiegazione. A tenerli insieme è un’incognita che nessuna formula può svelare. Quante possibilità ci sono che le esistenze di due persone, sfioratesi appena in un giorno di pioggia, si incrocino per caso una seconda volta? Così poche da essere statisticamente irrilevanti, direbbe la scienza. Eppure ad Anna e Marco questo accade e riaccade. Ed entrambi si chiedono se a riavvicinarli di continuo sia un algoritmo, il destino o invece un sentimento tanto forte da resistere alle fughe improvvise, agli scontri, alla routine, alle incomprensioni e al dolore. Spostandosi avanti e indietro sulla linea delle loro esistenze, Paolo Genovese racconta gli istanti perfetti e i drammi di una storia d’amore bellissima, che sfida il tempo, fa riflettere e infine commuove. Una storia d’amore che solo due supereroi possono vivere.

7 giugno 2022 libro in lettura

“È un libro sulla complessità e contro la radicalità. Che racconta in modo semplice e puro la storia d’amore tra due donne. Un romanzo di formazione, non autobiografico, per comprendere cosa significa diventare adulti e cosa significa amare anche i lati oscuri di una persona”. In occasione dell’uscita de “Il cuore è un organo”, il suo d’esordio, Francesca Michielin si racconta con ilLibraio.it: “Credo che gli uomini in questa storia non dovessero starci, volevo lasciare uno spazio solo per le donne”. Parla del suo rapporto con la scrittura (“Ha una funzione terapeutica, ma non nel senso che deve diventare un luogo di sfogo, bensì un modo per evadere e comprendere quello che mi succede attorno… quello che ho scritto non è un romanzo autobiografico”) e di quello con la lettura (“Ho riletto ‘Fai bei sogni’ di Massimo Gramellini, un libro che mi ha accompagnato durante l’adolescenza. Le poesie di Franco Arminio mi rilassano e mi infondono speranza…”)

Ventisette anni e alle spalle una vittoria nel 2011 alla quinta edizione del celebre talent show X Factor, una laurea al Conservatorio, dieci anni di tour, partecipazioni a Sanremo, dischi, podcast, colonne sonore, duetti, una trasmissione tv. E ora anche un libro, Il cuore è un organo (Mondadori).

Un libro. Un programma. Una brillante comparsa a Sanremo. Questo è momento particolarmente intenso per lei. Come se la sta cavando?
“Direi bene. Sono emozionata e contenta. E poi tengo davvero tanto a questo libro”.

Come mai ha scelto di dedicarsi alla scrittura di un romanzo? Aveva bisogno di una nuova forma per esprimersi?
“Sono sempre felice quando scrivo. Ho una testa iperattiva e vulcanica. Il mio psicologo mi ha detto che la scrittura può essere terapeutica, ma non nel senso che deve diventare un luogo di sfogo, bensì un modo per evadere e comprendere quello che mi succede attorno. E in tutte le forme: dalla canzone, alla poesia fino alla prosa di un romanzo”.

Ci ha lavorato molto?
“La fase di scrittura è durata circa quattro mesi. Ma è da più di sei anni che ci stavo pensando. Avevo un programma serratissimo, ho definito il titolo, il tema, i personaggi, la scaletta…”.

E la scintilla da dove è nata?
“Quando ero molto più giovane, nel 2015, ho scritto Battito di ciglia, una canzone in cui dicevo, tra le altre cose, che ‘il cuore è un battito di ciglia, un drago che morde, un fuoco che non brucia mai’. Da lì ho iniziato a ragionare: noi idealizziamo di continuo il cuore. Ma infondo non è altro che un organo…”.

In lettura per il 3 maggio 2022

Il libro di Matteo Cellini racconta di una ragazza di quasi diciotto anni che vive in un piccolo paese, Urbania. Cate è un’adolescente come tante ma si sente diversa: è grassa, anzi obesa e la sua vita, giorno dopo giorno, è contrassegnata da questa sua difformità. Si sente uguale agli altri solo tra le mura di casa poiché i suoi familiari sono, come lei, di costituzione robusta. Ma anche nell’ambiente domestico Cate non è serena: porta dentro di sé quelle angosce tipiche di chi non si sente come gli altri. Così, per uscire e affrontare il mondo, diventa come un supereroe, anche se triste e si trasforma in Cater-pillar , Cate – bomba e cerca di dimenticare la propria identità. Le sue angosce si acuiscono mano a mano che si avvicina il giorno del suo diciottesimo compleanno: come affrontarlo? Per Cate è un’impresa impossibile perché lei è convinta che per gli obesi sia normale e quasi d’obbligo essere presi in giro dalle persone meno robuste ed è certa, quindi, che anche la festa in suo onore si trasformerà in una farsa. In classe qualcuno le è veramente amico ma lei non crede a questi rapporti poiché non si fida di nessuno e non vuole essere trattata con compassione. Le persone che l’avvicinano un po’ di più sono l’amica Anna e la professoressa d’italiano ma anche quando è con loro Cate non riesce a dimenticare i suoi problemi. La protagonista non si confida, in realtà, con nessuno perché, se lo facesse, la sua rabbia, così intensa, avrebbe effetti devastanti. Sono, purtroppo però, alcune parole dette in un momento di sconforto proprio dall’amata professoressa che per l’unica volta descrive Cate come una “ragazza cicciona, grossa come un baracchino degli hot – dog” a far precipitare la situazione. Quelle poche frasi hanno il potere di far emergere nella protagonista tutta la disperazione, la disillusione, l’amarezza provata in quegli anni e le danno la spinta all’ennesima abbuffata che potrebbe risultare fatale.