Incontro GdL 3 Novembre

Nel suo romanzo Viola Ardone racconta una vicenda poco nota dell’Italia del dopoguerra. Per alcuni anni il Pci e le donne dell’Udi organizzarono affidi temporanei di ragazzi del Meridione nelle famiglie emiliane. «Come Amerigo, un bambino che lascia la madre e va alla scoperta del mondo».

Un treno carico di bambini che corre verso nuove città, nuove avventure, tante scoperte, in nome di una parola che suona quasi magica: la solidarietà. Sembra una fiaba, ma invece è una storia vera. Il treno dei bambini (Einaudi Stile libero, 2019) di Viola Ardone, infatti, racconta dell’operazione del Partito comunista italiano e dell’Unione donne italiane che, nel Secondo dopoguerra, dal 1946 al 1952, portò, in treno, circa 70mila bambini – soprattutto del Sud, ma non solo – nelle regioni rosse del Nord per affidi temporanei, così da tenerli lontani dalla miseria. Il libro di Ardone recupera una vicenda storica troppo spesso dimenticata, ma che parla anche al nostro presente, ricordandoci l’importanza dell’accoglienza, della solidarietà e della lotta contro le disuguaglianze. E ci fa sentire tutta la mancanza di un grande partito di massa che possa dare risposte, politicizzare e organizzare i sentimenti e i bisogni della società.

Com’è venuta a conoscenza di questa vicenda?
Si tratta di una vicenda che è stata documentata, ma prima di questo romanzo non era stata ancora narrata. Per questo forse molte persone non ne erano a conoscenza. A me è stata raccontata da un signore che su quei treni c’era stato. Le sue parole sono state una scintilla: tanti bambini che partivano senza i genitori verso una destinazione a loro forse ignota. Era una storia da raccontare!

Cosa l’ha spinta a scriverci un libro? Perché è importante raccontarla oggi, questa storia?
Quando mi è nata l’idea avevo sotto gli occhi non solo le immagini della Napoli del dopoguerra ma anche quelle dei minori che arrivavano – e continuano ad arrivare – da noi in Italia su mezzi di fortuna, di madri che affidano la sopravvivenza dei loro figli alla sorte e alla solidarietà degli sconosciuti che troveranno sul loro cammino. Le storie di migrazioni sono le storie del genere umano. Da sempre l’umanità è in movimento alla ricerca della dimensione di vita migliore per sé e per le generazioni future. Negare questo significa non aver mai aperto un manuale di storia. L’accoglienza, l’incontro non sono mai semplici. Chi parte dalla sua terra deve abituarsi a nuove regole e linguaggi; chi accoglie deve far spazio all’altro e modificare il proprio modo di vivere, declinare le proprie convinzioni in relazione al nuovo. Per questo sono convinta che l’accoglienza debba essere frutto di una organizzazione e di un progetto condiviso. Altrimenti i singoli cittadini diventano vittime della paura, che è fonte di intolleranza e razzismo, soprattutto se queste tematiche vengono strumentalizzate dai politici.

Incontro Gruppo di Lettura – 29 settembre 2020

Tra momenti di gravità e «sgravità», microidee scartate, cassapanche che custodiscono il passato e rassicuranti oggetti della vita quotidiana il narratore di Bravi racconta con levità, appunto, una storia di non poco peso.

«Con tutte le cose che  succedono al mondo era successa anche questa». Si raccontano in questo romanzo le avventure tragicomiche di Anteo Aldobrandi e le sue levitazioni, iniziate un bel giorno senza preavviso all’età di quattordici anni. Sono passati trent’anni: da allora non ha mai smesso di levitare e di sperimentare quella forza cosmica che lo tira su. Un giorno, però, sempre senza preavviso, un postino gli consegna una busta verde pastello contenente una denuncia della sua ex moglie. Da quel giorno Anteo si trova a dover fare i conti con una realtà sempre più schiacciante. Tenta di tutto per tornare a levitare, ma fallisce ogni volta, mentre le buste verde pastello, che continuano ad arrivargli una dietro l’altra, lo tengono sempre più ancorato alla terra, invischiato in un processo penale di cui non capirà mai fino in fondo le accuse. Tuttavia, come dice il suo amico orologiaio, l’arte della levitazione non si perde mai: «ti sembra che scompaia, ma alla fine, quando meno te l’aspetti, te la ritrovi sotto i piedi».

“Il mio corpo aveva assorbito il cibo del Führer, il cibo del Führer mi circolava nel sangue. Hitler era salvo. Io avevo di nuovo fame”

La prima volta in cui Rosa Sauer entra nella stanza in cui dovrà consumare i suoi prossimi pasti è affamata. «Da anni avevamo fame e paura», dice. Siamo nell’autunno del 1943, a Gross-Partsch, un villaggio molto vicino alla Tana del Lupo, il nascondiglio di Hitler. Ha ventisei  anni, Rosa, ed è arrivata da Berlino una settimana prima, ospite dei genitori di suo marito Gregor, che combatte sul fronte russo. Le SS posano sotto ai suoi occhi un piatto squisito: «mangiate» dicono, e la fame ha la meglio sulla paura, la paura stessa diventa fame. Dopo aver terminato il pasto, però, lei e le altre assaggiatrici devono restare per un’ora sotto osservazione in caserma, cavie di cui le SS studiano le reazioni per accertarsi che il cibo da servire a Hitler non sia avvelenato. Nell’ambiente chiuso di quella mensa forzata, sotto lo sguardo vigile dei loro carcerieri, fra le dieci giovani donne si allacciano, con lo scorrere dei mesi, alleanze, patti segreti e amicizie. Nel gruppo Rosa è subito la straniera, la “berlinese”: è difficile ottenere benevolenza, tuttavia lei si sorprende a cercarla, ad averne bisogno. Soprattutto con Elfriede, la ragazza più misteriosa e ostile, la più carismatica. Poi, nella primavera del ’44, in caserma arriva un nuovo comandante, Albert Ziegler. Severo e ingiusto, instaura sin dal primo giorno un clima di terrore, eppure – mentre su tutti, come una sorta di divinità che non compare mai, incombe il Führer – fra lui e Rosa si crea un legame speciale, inaudito.

Il mare è agitato e le bandiere rosse sventolano sulla spiaggia. Il piccolo Michele ha corso a perdifiato per tornare presto da scuola, ma quando apre la porta della sua casa, nella piccola stazione di Miniera di Mare, trova sua madre di fronte a una valigia aperta. Fra le mani tiene il diario segreto di Michele, un quaderno rosso con la copertina un po’ ammaccata. Con gli occhi pieni di tristezza la donna chiede a suo figlio di poter tenere quel diario. Lo ripone nella valigia, promettendo di restituirlo. Poi, sale sul treno in partenza dalla banchina. Sono passati vent’anni da allora. Michele vive ancora nella piccola casa dentro la stazione ferroviaria. Addosso, la divisa di capostazione di suo padre. Negli occhi, una tristezza assoluta, profonda e lontana. Perché sua madre non è mai più tornata. Michele vuole stare solo, con l’unica compagnia degli oggetti smarriti che ritrova ogni giorno nell’unico treno che passa da Miniera di Mare. Perché gli oggetti non se ne vanno, mantengono le promesse, non ti abbandonano. Finché un giorno, sullo stesso treno che aveva portato via sua madre, Michele ritrova il suo diario, incastrato tra due sedili. Non sa come sia possibile, ma sente che è sua madre che l’ha lasciato lì. Per lui. Ora c’è solo una persona che può aiutarlo: Elena, una ragazza folle e imprevedibile come la vita, che lo spinge a salire su quel treno e ad andare a cercare la verità. E, forse, anche una cura per il suo cuore smarrito.

Incontro GdL 30 Giugno

L’ animale femmina –  Emanuela Canepa

«Per molto tempo non ho avuto il coraggio di farlo. Poi mi sono detta che dovevo tentare, e alla fine ci sono riuscita. Perché sapevo che là dentro sarei morta. E io invece volevo vivere»

L’animale femmina, che presenta una giovane protagonista, Rosita Mulé, bellicosa e pronta alla battaglia, certamente non inferiore alle donne-investigatrici che altri mettono in primo piano partecipando alla moda dilagante dei “gialli”. La sua schedina biografica la metterebbe in una grave situazione di disagio. È in lotta con una madre assorbente, tanto da indurla a fuggire dal “natio borgo selvaggio” per inurbarsi a Padova, vivendovi una bohème nei termini attuali, e cioè pochi soldi, un lavoro mal pagato in un emporio, esami universitari dati quando ne ha tempo, amori da strapazzo poco gratificanti. Ma la giovane mantiene una onestà di fondo, che fra l’altro le permette di compiere una “buona azione”, come sarebbe il restituire il portafoglio smarrito da una viaggiatrice incauta scendendo da un autobus. Al seguito di questo spunto le avviene di incontrare l’altra figura dominante dell’intera vicenda, che forse potrebbe essere intitolata più correttamente all’“animale maschio”. Si tratta infatti di un anziano avvocato, tale Ludovico Lepore, subito definito “un odioso, vecchio sadico stanco e claudicante”. In apparenza questo anziano professionista sarebbe un benefattore della giovane, perché la assume come segretaria d’ufficio colmandola di favori, che però hanno impensati corrispettivi. Infatti a Lepore piace essere dominatore, in modi subdoli, poco appariscenti. I benefici con cui accoglie la ragazza sono accompagnati da progressivi tentativi di dominio, con imposizioni varie, nell’abbigliamento, nei modi di comportarsi, di parlare, di atteggiarsi. Ne nasce un duetto con punte divertenti o assai tese, perché Rosita è pane per i denti del vecchio coriaceo. Abilmente la scrittrice inserisce un flashback che ci spiega tutto, del protagonista. Tanti anni prima egli ha avuto una relazione con un compagno di esperienze giovanili, sfociata in un rapporto omosessuale non pienamente consumato. Da qui il disgusto attuale dell’anziano avvocato per il sesso, e anche uno spirito di ritorsione verso le donne, colpevoli di avergli portato via, con un matrimonio di convenienza, il compagno tanto amato. Questo trascorso, in apparenza remoto e sepolto, spiega la durezza, malizia, protervia che regolano ora le mosse di questo dominatore della scena. Ne deriva un duello con la giovane apparentemente indifesa, ma in realtà non priva di artigli, che si combatte lungo tanti gradi, tappe e scaramucce, e l’averle tessute con abilità è certo tra i meriti maggiori di questa narrazione. C’è da chiedersi addirittura se i due, pur nei rispettivi ruoli tanto diversi, non riescano talora ad associarsi, nel perseguire, o nell’insinuarsi, tra il benevolo e il malevolo, in tante storie di divisioni coniugali, poiché lo studio è specializzato nelle cause di divorzio. Insomma, tra il maschio prepotente, seppure sempre in modi subdoli, non frontali, e la giovane ardita, seppure sotto le apparenze di un buonismo retto dai migliori principi, è lotta continua, magari sotto traccia, più con mosse da domino che per scontri frontali. E forse sarebbe stato bene che la nostra Canepa lo avesse tenuto a un simile livello fino alla fine, magari siglato dall’annuncio di una morte imminente del padre padrone per un tumore avanzante. Ma invece sul finale la nostra autrice ha voluto far riemergere da quel lontano passato l’infelice, secondario, marginale responsabile della vicenda giovanile, che si era tenuto una statuetta preziosa come pegno di un amore troppo presto dimenticato. Alla giovane di studio un’ultima incombenza, quella di recuperare l’oggetto carico di tanto valore sentimentale. Ma è anche il modo con cui “l’animale maschio” intende esercitare per un’ultima volta il suo dominio sull’odiata controparte.

Incontro 26 maggio Gruppo di Lettura

Uscito nel maggio del 1954, Il prete bello riscuoterà un clamoroso successo. E rileggendolo oggi, quando ormai le etichette impugnate per celebrarlo o denigrarlo sono alle nostre spalle, ci accorgiamo che il suo segreto sta tutto in quella genesi: nella festosa eccentricità dei personaggi che popolano un labirintico e fiabesco caseggiato nella Vicenza del 1940, e di colui che saprà stregarli tutti: don Gastone, il «prete bello». Personaggi quali la ricca signorina Immacolata, con i suoi strani cappellini a piume e l’occhialino d’oro cesellato; le Walenska, madre e figlia, che si scaldano ingrandendo con una enorme lente l’unico raggio di sole che al tramonto penetra nella loro stanza; il cav. Esposito, che tiene sotto chiave le cinque figlie concupiscenti; Fedora, la cui rigogliosa natura si spande dagli occhi e da tutto il corpo, quasi che «dai pori uscisse un polline dolciastro»; e la cenciosa banda di ragazzi truffaldini e sentimentali che nei vicoli e sotto i portici cercano ogni giorno di sopravvivere trasformandosi in ladri, ruffiani e mendicanti – in particolare Sergio, il narratore, e il suo amico Cena. In tutti loro, nelle vene e nel sangue, l’atletico, elegante, vanesio don Gastone si infiltra come una passione oscura, violenta ma capace di dare improvvisamente vita – e come nel Ragazzo morto e le comete ci troviamo di fronte a «una sostanza poetica che ribolle e rifiuta di assestarsi entro schemi definiti» (Eugenio Montale).

 

Sul fianco scosceso di Kujira-yama, la Montagna della Balena, si spalanca un immenso giardino chiamato Bell Gardia. In mezzo è installata una cabina, al cui interno riposa un telefono non collegato, che trasporta le voci nel vento. Da tutto il Giappone vi convogliano ogni anno migliaia di persone che hanno perduto qualcuno, che alzano la cornetta per parlare con chi è nell’aldilà. Quando su quella zona si abbatte un uragano di immane violenza, da lontano accorre una donna, pronta a proteggere il giardino a costo della sua vita. Si chiama Yui, ha trent’anni e una data separa quella che era da quella che è: 11 marzo 2011. Quel giorno lo tsunami spazzò via il paese in cui abitava, inghiottì la madre e la figlia, le sottrasse la gioia di essere al mondo. Venuta per caso a conoscenza di quel luogo surreale, Yui va a visitarlo e a Bell Gardia incontra Takeshi, un medico che vive a Tokyo e ha una bimba di quattro anni, muta dal giorno in cui è morta la madre. Per rimarginare la vita serve coraggio, fortuna e un luogo comune in cui dipanare il racconto prudente di sé. E ora che quel luogo prezioso rischia di esserle portato via dall’uragano, Yui decide di affrontare il vento, quello che scuote la terra così come quello che solleva le voci di chi non c’è più. E poi? E poi Yui lo avrebbe presto scoperto. Che è un vero miracolo l’amore. Anche il secondo, anche quello che arriva per sbaglio. Perché quando nessuno si attende il miracolo, il miracolo avviene. Laura Imai Messina ci conduce in un luogo realmente esistente nel nord-est del Giappone, toccando con delicatezza la tragedia dello tsunami del 2011, e consegnandoci un mondo fragile ma denso di speranza, una storia di resilienza la cui più grande magia risiede nella realtà.

Incontro GdL 7 aprile 2020

Ci incontriamo in teleconferenza, via Messanger, alle ore 21

La vita di Violette è uguale a quella di tante bambine. Due fratelli, Jean e Augustin, una madre premurosa, un padre completamente assorbito dal lavoro. Un cane, Javert, conosciuto per caso e amato all’istante. E tante case: la prima a Roma, poi a Parigi, infine a Plouzané, in Bretagna, a pochi metri dal mare, il posto migliore per curare le ferite dei sogni non realizzati. Le giornate di Violette corrono leggere, come quelle di tanti bamb ini, tra passeggiate, chiacchiere, giochi e letture. Le notti sono diverse. Perché Violette non dorme, cammina al buio, i piedi scalzi, l’abito celeste. Riempie le ore contando i libri dei genitori, tremilaottocentosettantotto per l’esattezza, sistema tutti i ricordi nel “ricordario”, per non perderli più. E ogni giorno guarda il mondo e lo vede cambiare, le persone vanno a una velocità differente, crescono, invecchiano, spariscono. Invece lei rimane sempre la stessa, le stesse mani, lo stesso viso. Perché Violette è la bambina che non c’è. Non è mai nata, è il desiderio perfetto di tutti loro, mamma, papà, Jean e Augustin. Eppure vive, ride, corre, esiste, almeno fino a quando qualcuno continuerà a pensarla. Sul confine magico che divide la realtà dal sogno, Violette ci racconta il suo mondo con una leggerezza allegra e malinconica, raccogliendo gli attimi, le emozioni e i gesti che nessuno riuscirebbe mai a immaginare.

Emmanuel Carrère L’avversario

“Il 9 gennaio 1993 Jean-Claude Romand ha ucciso la moglie, i figli e i genitori, poi ha tentato di suicidarsi, ma invano. L’inchiesta ha rivelato che non era affatto un medico come sosteneva e, cosa ancor più difficile da credere, che non era nient’altro. Da diciott’anni mentiva, e quella menzogna non nascondeva assolutamente nulla. Sul punto di essere scoperto, ha preferito sopprimere le persone il cui sguardo non sarebbe riuscito a sopportare. È stato condannato all’ergastolo. Sono entrato in contatto con lui e ho assistito al processo. Ho cercato di raccontare con precisione, giorno per giorno, quella vita di solitudine, di impostura e di assenza. Di immaginare che cosa passasse per la testa di quell’uomo durante le lunghe ore vuote, senza progetti e senza testimoni, che tutti presumevano trascorresse al lavoro, e che trascorreva invece nel parcheggio di un’autostrada o nei boschi del Giura. Di capire, infine, che cosa, in un’esperienza umana tanto estrema, mi abbia così profondamente turbato – e turbi, credo, ciascuno di noi.” (Emmanuel Carrère)

Letture Gruppo di Lettura – incontro 3 marzo RINVIATO AL 10 MARZO

Cristina, Laura e Serena rubano il pianoforte di Mozart e dentro vi trovano un documento che porterà ad un tesoro nazista. Con l’aiuto di un ispettore di polizia e di uno psichiatra dovranno fare arrestare gli assassini di tre uomini immischiati in questa storia. Alla fine riusciranno a non cacciarsi nei guai con la giustizia? Lo scoprirete solo leggendo questo romanzo pieno di azione e avventura.

 

 

 

Di questo romanzo breve sulla mafia, apparso per la prima volta nel 1961, ha scritto Leonardo Sciascia: “… ho im-piegato addirittura un anno, da un’estate all’altra, per far più corto questo racconto. Ma il risultato cui questo mio lavoro di ‘cavare’ voleva giun-gere era rivolto più che a dare misura, es-senzialità e ritmo, al racconto, a parare le eventuali e possibili intolleranze di coloro che dalla mia rap-presentazione potes-sero ritenersi, più o meno direttamente, colpiti. Perché in Italia, si sa, non si può scherzare né coi santi né coi fanti: e figuriamoci se, invece che scherzare, si vuole fare sul serio”.

28 gennaio 2020 – libri in lettura

Dalla A di Angelica alla Z di Zina, Camilleri racconta le donne che hanno incrociato la sua strada di uomo, prima che diventasse lo scrittore più amato d’Italia. Creature misteriose, soavi e inebrianti come la Sicilia, femmine scandalose, testarde, fragili. Un’autobiografia d’amore, una raccolta di storie indimenticabili piene di sensualità, alla ricerca del mistero racchiuso nei cuori e nelle menti delle donne.

 

Tre storie diverse, la stessa città – Roma, all’inizio degli anni ottanta – e lo stesso destino: smettere di essere soltanto figli, diventare genitori. Eppure Luciana, Valentina, Cecilia non sono certe di volerlo, si sentono fragili, insofferenti. Così come sono confusi, distanti, presi dai loro sogni i padri. Si può tornare indietro, fare finta di niente, rinunciare a un evento che si impone con prepotenza assoluta? Luciana lavora in un giornale che sta per chiudere. Corre, è sempre in ritardo, l’uomo che ama è lontano, lei lo chiama l’Irlandese per via dei capelli rossi. Valentina ha diciassette anni, va alle superiori ed è convinta che da grande farà la psicologa. Appena si è accorta di essere incinta, ha smesso di parlare con Ermes, il ragazzo con cui è stata per qualche mese e che adesso fa l’indifferente, ma forse è solo una maschera. Cecilia vive fra una casa occupata e la strada, porta un caschetto rosa e tiene al guinzaglio un cane. Una sera torna da Gaetano, alla tavola calda in cui lavora: non vuole nulla da lui, se non un ultimo favore. A osservarli c’è lo sguardo partecipe di un io che li segue nel tempo cruciale della trasformazione. Un giro di pochi mesi, una primavera che diventa estate. Tra bandiere che sventolano festose, manifesti elettorali che sbiadiscono al sole e volantini che parlano di una ragazza scomparsa, le speranze italiane somigliano a inganni. Poi ecco che una nuova vita arriva e qualcosa si svela. Lontano dagli occhi è una dichiarazione d’amore al potere della letteratura, alla sua capacità di avvicinare verità altrimenti inaccessibili. Ricostruendo con la forza immaginifica della narrazione l’incognita di una nascita, le ragioni di una lontananza, Paolo Di Paolo arriva a rovesciare la distanza dal cuore suggerita dal titolo. Una storia sul peso delle radici, su come diventiamo noi stessi.

Da “Il fatto quotidiano”

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10 dicembre – Incontro con Gabriella La rovere

Martedì 10 dicembre 2019 ore 21 presso la Sala consiliare del Comune di Monte Porzio PU, si parla del libro “Mi dispiace, suo figlio è autistico” l’ultimo lavoro di Gabriella La Rovere. Sarà presente la scrittrice.
Gabriella La Rovere è un medico. Ma, soprattutto, è la mamma di Benedetta. Quando aveva circa un anno, una notte, la piccola ha lanciato un urlo tale che la mamma ha pensato potesse avere male alle orecchie. Il mattino successivo, Gabriella l’ha portata con sé in ospedale, dai colleghi. Benedetta è finita sul lettino del neuropsichiatra. «Lui ha cominciato a giocarci, e per la prima volta io ho guardato mia figlia con gli occhi di un medico. Poi il collega si è rivolto a me: “Ti sei accorta che tua figlia è autistica?”. Sentivo il pavimento che crollava sotto i miei piedi, e ho annuito», ricorda la mamma.
Mi dissero anche che mia figlia non sarebbe mai arrivata a compiere tre anni, e che comunque, anche fosse successo, non avrebbe mai parlato. Non so come ho fatto a non diventare pazza».
Invece Gabriella ha deciso che quella non sarebbe stata la fine, ma un inizio. Annientata dal dolore, la sera è andata a lavorare: le spettava il turno di notte. «I colleghi mi incoraggiavano a starmene a casa, ma io risposi: “Lasciatemi lavorare”. Intanto decisi che, da quel momento, avrei fatto un passo alla volta, insieme a Benedetta. Sapevo quali sarebbero state le difficoltà che mi sarei trovata di fronte, ma ho voluto provare a superarle. Mi sono scordata le parole di chi mi aveva detto che sarebbe morta a breve, e ho guardato al traguardo successivo: parlare. Camminare. Continuare a vivere».
È stato un percorso faticosissimo e difficile. Gabriella ha capito molte cose e imparato tanto e, riscoprendo un’antica passione e un talento per la scrittura, ha voluto condividere la sua storia e le sue scoperte in questo libro.
Info: 0721 956000 , monteporziocultura@monteporziocultura.it
INGRESSO LIBERO

Libro/i in lettura – incontro martedì 17 dicembre 2019

Estate 1946. Un giovane uomo solca per diporto le acque del Lago Maggiore; conosce così l’enigmatico dottor Orimbelli, che lo invita a casa sua, dove vive con la moglie molto più anziana e la bella cognata Matilde, vedova. Il giovane – attratto e nello stesso tempo respinto dal mistero che si respira nelle stanze della villa – finisce con l’accettare l’ospitalità di Orimbelli. Un tragico avvenimento viene però a turbare il clima tranquillo dell’estate, e quello che fino a quel momento è stato un fine ritratto della vita di provincia assume all’improvviso i contorni del giallo, tingendo di colori insospettati un romanzo sapido e intenso, indimenticabile capolavoro della narrativa del Novecento.

 

“Nicola e Lupo non erano fratelli e basta, non erano sangue e basta, erano più della guerra, erano più dell’anarchia, erano stati covati dal mondo per esistere insieme, dovevano esserci per forza nello stesso momento. Lupo e Nicola nascono alle soglie del secolo nuovo, il Novecento, ultimi della progenie di Luigi Ceresa, fornaio nel borgo marchigiano di Serra de’ Conti. La vita dei Ceresa è durissima, come quella di tutti gli abitanti di Serra, miserabili mezzadri che vedono morire i figli uno dopo l’altro. Lupo, vigoroso e ribelle, e il fragile Nicola sopravvivono, forse in virtù della forza che li unisce pur nella loro diversità. Zari nasce in Sudan, ma viene rapita ancora bambina e convertita: pochi sanno che questa è l’origine della Moretta, la badessa del convento di clausura di Serra, che con la sua musica straordinaria e la sua forza d’animo è punto di riferimento per tutta la comunità. Ma il vento della storia soffia forte: le idee socialiste e quelle anarchiche, capaci di aprire gli occhi a quei ragazzi cresciuti nella fame, la Settimana Rossa del ’14, la Grande Guerra, l’epidemia di Spagnola. Per Lupo, Nicola e la Moretta non sarà semplice resistere e scoprire il segreto che ha tenuto legate le loro esistenze.

12 novembre 2019 – Incontri d’Autore

COMUNICATO STAMPA martedì 12 novembre ore 21 Circolo Ci.B.O. di Monte Porzio PU

L’associazione Monte Porzio cultura con il patrocinio gratuito del Comune di Monte Porzio organizza l'”Incontro d’Autore” con Adrián N. Bravi per parlare di “L’idioma di Casilda Moreira” la sua ultima pubblicazione.

Al centro dell’Idioma di Casilda Moreira (Exòrma) di Adrián N. Bravi c’è uno studente di etnolinguistica che parte dalle Marche alla volta della Patagonia alla ricerca delle ultime due persone che parlano il günün a yajüch (parlata dagli indios günün a künä o tehuelches settentrionali), una lingua in via di estinzione. Già dalla cornice del libro, in cui si racconta come il giovane Annibale sia devoto al suo professore Giuseppe Montefiori, si resta conquistati dal tono epico e scanzonato che Bravi sceglie per la sua narrazione: le ricerche sul linguaggio sono serissime, ma il docente fuori dall’aula si presenta con una tenuta improbabile e, in gita a Porto Recanati con Annibale, si butta a mare, si spinge troppo al largo rischiando di affogare ed entra in coma dopo che il bagnino gli ha estratto una medusa dalla gola. L’incursione in una Patagonia fuori dal tempo, la riflessione sul nostro mezzo espressivo e sulle circostanze in cui si sviluppa e si mantiene rendono prezioso questo libro sospeso tra due continenti come il suo autore, che nato in Argentina vive da molto tempo a Recanati.

Un certo Bartolo dalla pampa argentina chiama Adrian Bravi per avvertirlo che a Fahrenheit-Radio Tre qualcuno ha detto che il suo libro, L’idioma di Casilda Moreira, è libro del mese, in lizza per il titolo di Libro dell’Anno!

Adrián N. Bravi è nato a San Fernando, Buenos Aires nel 1963. Vive a Recanati e lavora come bibliotecario presso l’università di Macerata.

Ingresso libero

Info 0721 956000, monteporziocultura@monteporziocultura.it