7 giugno 2022 libro in lettura

“È un libro sulla complessità e contro la radicalità. Che racconta in modo semplice e puro la storia d’amore tra due donne. Un romanzo di formazione, non autobiografico, per comprendere cosa significa diventare adulti e cosa significa amare anche i lati oscuri di una persona”. In occasione dell’uscita de “Il cuore è un organo”, il suo d’esordio, Francesca Michielin si racconta con ilLibraio.it: “Credo che gli uomini in questa storia non dovessero starci, volevo lasciare uno spazio solo per le donne”. Parla del suo rapporto con la scrittura (“Ha una funzione terapeutica, ma non nel senso che deve diventare un luogo di sfogo, bensì un modo per evadere e comprendere quello che mi succede attorno… quello che ho scritto non è un romanzo autobiografico”) e di quello con la lettura (“Ho riletto ‘Fai bei sogni’ di Massimo Gramellini, un libro che mi ha accompagnato durante l’adolescenza. Le poesie di Franco Arminio mi rilassano e mi infondono speranza…”)

Ventisette anni e alle spalle una vittoria nel 2011 alla quinta edizione del celebre talent show X Factor, una laurea al Conservatorio, dieci anni di tour, partecipazioni a Sanremo, dischi, podcast, colonne sonore, duetti, una trasmissione tv. E ora anche un libro, Il cuore è un organo (Mondadori).

Un libro. Un programma. Una brillante comparsa a Sanremo. Questo è momento particolarmente intenso per lei. Come se la sta cavando?
“Direi bene. Sono emozionata e contenta. E poi tengo davvero tanto a questo libro”.

Come mai ha scelto di dedicarsi alla scrittura di un romanzo? Aveva bisogno di una nuova forma per esprimersi?
“Sono sempre felice quando scrivo. Ho una testa iperattiva e vulcanica. Il mio psicologo mi ha detto che la scrittura può essere terapeutica, ma non nel senso che deve diventare un luogo di sfogo, bensì un modo per evadere e comprendere quello che mi succede attorno. E in tutte le forme: dalla canzone, alla poesia fino alla prosa di un romanzo”.

Ci ha lavorato molto?
“La fase di scrittura è durata circa quattro mesi. Ma è da più di sei anni che ci stavo pensando. Avevo un programma serratissimo, ho definito il titolo, il tema, i personaggi, la scaletta…”.

E la scintilla da dove è nata?
“Quando ero molto più giovane, nel 2015, ho scritto Battito di ciglia, una canzone in cui dicevo, tra le altre cose, che ‘il cuore è un battito di ciglia, un drago che morde, un fuoco che non brucia mai’. Da lì ho iniziato a ragionare: noi idealizziamo di continuo il cuore. Ma infondo non è altro che un organo…”.

In lettura per il 3 maggio 2022

Il libro di Matteo Cellini racconta di una ragazza di quasi diciotto anni che vive in un piccolo paese, Urbania. Cate è un’adolescente come tante ma si sente diversa: è grassa, anzi obesa e la sua vita, giorno dopo giorno, è contrassegnata da questa sua difformità. Si sente uguale agli altri solo tra le mura di casa poiché i suoi familiari sono, come lei, di costituzione robusta. Ma anche nell’ambiente domestico Cate non è serena: porta dentro di sé quelle angosce tipiche di chi non si sente come gli altri. Così, per uscire e affrontare il mondo, diventa come un supereroe, anche se triste e si trasforma in Cater-pillar , Cate – bomba e cerca di dimenticare la propria identità. Le sue angosce si acuiscono mano a mano che si avvicina il giorno del suo diciottesimo compleanno: come affrontarlo? Per Cate è un’impresa impossibile perché lei è convinta che per gli obesi sia normale e quasi d’obbligo essere presi in giro dalle persone meno robuste ed è certa, quindi, che anche la festa in suo onore si trasformerà in una farsa. In classe qualcuno le è veramente amico ma lei non crede a questi rapporti poiché non si fida di nessuno e non vuole essere trattata con compassione. Le persone che l’avvicinano un po’ di più sono l’amica Anna e la professoressa d’italiano ma anche quando è con loro Cate non riesce a dimenticare i suoi problemi. La protagonista non si confida, in realtà, con nessuno perché, se lo facesse, la sua rabbia, così intensa, avrebbe effetti devastanti. Sono, purtroppo però, alcune parole dette in un momento di sconforto proprio dall’amata professoressa che per l’unica volta descrive Cate come una “ragazza cicciona, grossa come un baracchino degli hot – dog” a far precipitare la situazione. Quelle poche frasi hanno il potere di far emergere nella protagonista tutta la disperazione, la disillusione, l’amarezza provata in quegli anni e le danno la spinta all’ennesima abbuffata che potrebbe risultare fatale.

martedì 29 marzo – incontro gruppo di lettura

«Un viaggio interiore tra famiglia, perdita, dolore e il fascino immutabile delle formule matematiche.» – Maremosso

Dopo la morte della moglie, Massimo, professore di matematica in pensione, vive, introverso e taciturno, in una casa appartata su un’isola del golfo di Napoli. Pesca con metodo e maestria e si limita a scambiare rare e convenzionali telefonate con la figlia Cristina, che vive in una piccola città della ricca provincia padana. A interrompere il ritmo di tanto abitudinaria esistenza la notizia di un grave incidente stradale: la figlia e il genero sono morti, il piccolo Checco è in coma. Massimo deve assolvere i suoi doveri. Crede, una volta celebrata la cerimonia funebre, di poter tornare nella sua isola, e lasciare quel luogo freddo e inospitale. Non può. I sanitari lo vogliono presente accanto al ragazzino che giace incosciente. Controvoglia, il professore si dispone a raccontare al nipote, come può e come sa, la “sua” matematica, la fascinosa armonia dei numeri. Fuori dall’ospedale si sente addosso gli occhi della città, dove lo si addita, in quanto unico parente, come tutore del minore, potenziale erede di una impresa da cui dipende il benessere di molti. Da lì in poi quanto mistero è necessario attraversare? Quanto umano dolore bisogna patire? Per arrivare dove?

martedì 22 febbraio 2022 – incontro gruppo di lettura

<< La donna singolare non esiste. Se è in casa, sta con i figli, se esce va in chiesa o al mercato o ai funerali, e anche lì si trova assieme alle altre. E se non ci sono femmine che la guardano, ci deve stare un maschio che la accompagna. Io una donna femminile singolare non l’ho vista mai.>>

Tutto parte da Vera Gheno.

Dal fatto che la grammatica può modificare la vita delle persone; che una rideterminazione del femminile si possa pensare anche a partire dall’uso delle parole.

Perché il femminile singolare esiste, dipende solo da noi poi applicarlo.

Perché se è contemplato su un piano linguistico, per quale motivo non dovrebbe esserlo anche in ambito sociale?

Dopo il “Treno dei bambini” Viola Ardone torna a raccontare una storia forte, che è non è solo il racconto di una vita ma anche quello di un tratto della nostra storia recente: della Sicilia degli anni ‘60 e dell’abrogazione degli articoli 544 e 587 del Codice penale, quelli relativi al matrimonio riparatore e al delitto d’onore.

Oliva Denaro è meno immediata del piccolo Amerigo, ma è comunque un personaggio che conquista per la forza e il coraggio nel sottrarsi ad una condizione che lo vuole subalterno.

Perché lei non vuole essere donna, se questo significa obbedire, tenere la testa bassa e non sorridere perché un sorriso equivale a un sì; se significa non avere un’istruzione, se essere donna significa essere come una brocca e chi la rompa se la piglia.

La sua è una storia di formazione, di emancipazione, di affermazione di se stessa e quindi di (ri)apertura alla vita.

Una vita in cui l’ultima parola non deve aspettare ad altri se non a lei, a costo di mettere in discussione i fragili equilibri su cui si basa un’intera società.

E la sua voce si fa sentire, dapprima timida poi sempre più consapevole del suo spazio nella storia.

Esattamente come Amerigo, anche Oliva accompagna il lettore per mano in una vicenda avvincente ed istruttiva insieme.

In fondo penso sia proprio questo il punto di forza della Ardone: inventare delle storie che forse così inventate non sono, e inserirle poi in una cornice assolutamente concreta.

Forse non saranno vere, queste storie, almeno non alla lettera, ma sicuramente sono verosimili.

martedì 25 gennaio 2022 – Gruppo di Lettura

Gesù, qui, è un adolescente come tanti. Vive a Nazaret con la madre, che lo ha avuto giovanissima, e con il padre, un falegname taciturno. Il punto di rottura nella sua vita serena e piuttosto monotona di figlio unico amatissimo si deve proprio a questo genitore maturo e imperscrutabile che un giorno abbandona la famiglia senza lasciare messaggi, né tracce. Per Gesù, ragazzino inquieto, è un colpo durissimo. Così, dopo un’iniziale resistenza decide di lasciare il villaggio. «Madre. Quanto è stato duro, e quanto dolore mi è costato voltarti le spalle, partire. Ma dovevo trovare mio padre».

Il risultato, come ha fatto notare Marcello Benfante su Repubblica, è il profilarsi di un Gesù «matriarcale, per il quale la madre rappresenta il principio e il senso stesso della narrazione». Vero. Se in Io sono Gesù c’è una volontà da farsi, è quella materna; se si intravede una qualche forma di fede o religione, è perché Calaciura l’ha nascosta negli sguardi, frequentissimi, che il figlio rivolge alla mamma. A lei si deve ogni slancio di coraggio del ragazzo, ogni illogica speranza, ogni sospetto che un destino grandioso, nonostante la vita di stenti, attenda entrambi oltre la stalla, la falegnameria, il piccolo orto.

Ultimo incontro 2021 – 21 dicembre

La storia di Gioia colpisce e va dritta alle emozioni, è vita vera e piena, è quello sguardo sulle cose che non ti aspetti. “Eppure cadiamo felici” è illuminazione e bellezza spontanea. Ho percepito Gioia come se fosse reale quando leggevo, ho attraversato le sue impressioni, le sue paure, la sua ingenuità e la sua profondità allo stesso tempo. È proprio questo che mi ha colpita: il suo essere innocente e la sua forza di volontà, la sua intensità d’animo, la sua mentalità così differente e brillante. Enrico Galiano ha creato un personaggio formidabile, capace di tirar fuori un lato nascosto e sconosciuto che può essere presente in ognuno: quella preziosa bellezza che è dentro, nascosta, invisibile ma viva, che rende unica una persona, la fa essere ciò che è realmente e profondamente. Gioia regala questa visione, questa particolare prospettiva attraverso i suoi pensieri, le sue azioni, le sue domande, le sue discussioni con l’amica Tonia, le sue parole collezionate nel taccuino. Il suo percorso è fatto di incomprensioni a scuola, distanze, indifferenza dei genitori, musica, foto, solitudini, amore, tenerezza. Conosce la svolta quando incontra Lo: simili ma con vicende diverse, ognuno riesce ad entrare nell’altro perché si riconosce, si cerca trovandosi nonostante i dubbi, i tanti perché, le paure. La sofferenza personale lascia il posto all’amore, alla spontaneità, alla crescita. I loro incontri sono condivisione ed esplorazione che li trasforma, li sconvolge entrambi: Gioia conosce un lato della vita che non aveva mai avuto modo di conoscere, si sente diversa e se stessa allo stesso tempo, sperimenta per la prima volta l’intensità e la dolcezza di una relazione vera. Grazie a questo, la ragazza saprà andare incontro a Lo, questo ragazzo che si porta appresso il faticoso carico della sua storia. Gioia saprà prendere le sue decisioni anche quando il mondo attorno a lei non la comprende ma la giudica, la esclude. Il professor Bove, Giovanna (la barista del BarA) sono tra i pochi ad instaurare un dialogo concreto con lei, ad accoglierla e a starle vicino, a darle delle chiavi di lettura autentiche e sincere. In alcuni tratti l’immaginazione si confonde con i fatti, l’apparenza della realtà si mescola con l’interiorità profonda di Gioia. I fatti esterni assumono un significato alternativo, non scontato se visti da Gioia grazie alla scrittura diretta ed emotivamente ricca di Galiano. La passione per i Pink Floyd, per la fotografia, la collezione di parole intraducibili: ogni cosa diventa motivo di vita, di ricerca, di meraviglia. Quel pezzettino di bellezza nascosta che c’è e vive.

Al di là dello svolgimento del romanzo in sé, “Eppure cadiamo felici” svela il dolore personale, interno delle persone. Un dolore che fa cadere, che isola, che fa male dentro. C’è molto dietro ad un volto, ad un’espressione, ad un racconto, ad una semplice domanda. “Eppure” è quell’espressione che indica qualcosa di più, la risalita, la possibilità, la scelta che può cambiare. Questo libro mi ha personalmente lasciato quel modo particolare di considerare gli eventi, di vedere le persone, le riflessioni di Gioia, la sua sensibilità e la sua immaginazione fuori dal comune. Tra le parole intraducibili da tutto il mondo, ne riporto due che vorrei condividere: “magari” (“se solo questa cosa potesse essere vera”, dal greco makarios “felice”) e “shu”, parole cinese che significa “mettere l’altro nel proprio cuore”. Galiano ha saputo mettersi nei panni di una giovane ragazza, insegnando la bellezza della semplicità, della meraviglia nascosta e il valore unico dell’altro. Per me conoscere e incontrare Gioia tra le pagine è stata una scoperta inaspettata, bellissima che spero di ritrovare nel suo continuato “Felici contro il mondo” (Garzanti).

GdL- leparole – incontro 16 novembre

Il pane perduto di Edith Bruck è l’ultimo libro dell’autrice ed è tra i finalisti dell’ambito premio Strega. È l’ultimo libro, forse davvero quello conclusivo della carriera della Bruck e lo si sente fin dalle prime righe. In effetti l’autrice ormai ha 89 anni e un’esperienza di vita alle spalle molto particolare e tragica: infatti, da ragazzina venne deportata nel campo di sterminio di Aushwitz in quanto ebrea ungherese, ma riuscì a salvarsi. Il lascito dell’esperienza ha permeato tutta la sua vita, dal momento che fin dal primo istante fuori dall’Inferno la sua volontà è stata quella di scrivere, di ricordare, di sensibilizzare un mondo che, specialmente nell’immediato dopoguerra, sembrava voler dimenticare.

Noi non abbiamo né il Purgatorio né il Paradiso ma l’Inferno l’ho conosciuto, dove il dito di Mengele indicava la sinistra che era il fuoco e la destra l’agonia del lavoro, gli esperimenti e la morte per la fame e il freddo. Perché [Dio] non hai spezzato quel dito?

Una vita, una tragedia, una professione, un mandato: tutto converge in un finale, un epilogo, che però implora ancora un po’ di tempo, magari l’eternità, purché la memoria continui e non si spenga con le ultime persone che quell’abominio lo hanno provato sulla loro pelle. Insomma, Il pane perduto pare essere un po’ la riflessione finale sull’accaduto, come quella di un altro grande scrittore e sopravvissuto della nostra letteratura, Primo Levi, con I sommersi e i salvati. Allo stesso tempo però qui emerge un forte vitalismo sia dell’autrice che della parola, che non vuole soltanto relegare sé stessa in una dimensione puramente testimoniale, ma andare oltre, al di là, e diventare l’ultimo manifesto di chi, nonostante tutto, ha ancora la forza di gridare in faccia alla morte la parola «vita».

Ne «Il pane perduto» si parla solo di Shoah?
Questa autobiografia non parla solo dell’esperienza nel campo di sterminio. Aushwitz/Dachau e la cosiddetta “marcia della morte” sono solo alcune tappe di questo libro, perché qui si parla della vita dell’autrice, di tutta la sua vita. Tuttavia l’esperienza dello sterminio si pone da crocevia, tra un prima e un dopo.

E in questo senso il “prima” è la vita che la Bruck conduceva con la propria famiglia in Ungheria prima dell’arrivo della Gestapo, prima che bussassero alla loro porta e li portassero via. Ed è la vita di una normale ragazzina che amava scrivere e andare a scuola, ed era sempre alla ricerca dell’affetto di una madre molto dura, poiché le mancanze economiche, causate anche dalle leggi razziali, la costringevano a dover ogni giorno inventare il modo per sopravvivere.

Il pane perduto
Poi c’è il “dopo”, quel momento in cui ci si ritrova fuori, davanti ad un soldato americano (aveva completato la marcia della morte ed era arrivata già nell’Europa occidentale) che dice «you are free… freedom». E tutto improvvisamente finisce. Come se niente fosse accaduto, tutto risucchiato da un passato che appare remotissimo, ma è soltanto il giorno prima. Ed è qui che l’incontro con una realtà che non sa, non capisce, non ha provato lo stesso dolore inumano, e che nel frattempo ha soltanto continuato ad andare avanti sperando che prima o poi la guerra finisse, diventa complicato. Un mondo che non ha visto il proprio vicino morire per un tozzo di pane o per un dito puntato. Un mondo che non può sapere e in molti casi non vuole sapere, evita, chiude gli occhi di fronte a chi nascosto nei propri ha invece ancora le atrocità dello sterminio e l’abisso della morte. Un “dopo”, quel “dopo”, che ha portato quasi tutti i sopravvissuti che lo hanno poi raccontato nei libri a porsi la domanda: e ora?

E ora c’è da chiedersi se ha avuto senso non morire, se lo si meritava o meno. Tutte domande che fino al giorno prima non toccavano il sopravvissuto, poiché come scrive anche Levi, la condizione nel lager era una condizione che lasciava solo due alternative a cui pensare: la vita e la morte. E non vi era tempo per altro, per un dopo, vi era solo il momento, la sopravvivenza e la vita che andava preservata. Gioia, pianto, dolore erano emozioni, e chi è portato alla condizione primitiva, animalesca, perché la condizione umana gli è stata tolta da un numero sul braccio, non ha tempo per pensare al dopo. Ma ad un certo punto quel dopo per qualcuno, per quei pochi che sono rimasti in vita, è arrivato e ognuno ha risposto a suo modo. C’è chi si è suicidato, c’è chi lo ha nascosto, e poi c’è chi, come la Bruck, di fronte al soldato americano sorridente e un po’ sprezzante, guardandosi indietro, guardando la polvere e i corpi di chi era stato ucciso, ricordandosi i sussurri di quegli ultimi moribondi scheletrici che le SS fecero accatastare in quelle terribili stanze e che dicevano tra gli ultimi sussulti di vita, mentre venivano trascinati nel fango, «ricordateci, se sopravvivete raccontate cos’è accaduto», decise di scrivere. Di scrivere perché nulla doveva essere dimenticato e perché gli uomini, il mondo, le ideologie, i partiti, tutti ricordassero a cosa può arrivare la banalità e l’ignoranza. La Bruck ha deciso questo nella sua vita e Il pane perduto ne è l’ultima tappa.

Lettera a Dio
L’ultimo capitolo de Il pane perduto è molto struggente. La Bruck scrive una lettera a Dio, senza rabbia, senza cattiveria, ma chiedendogli soltanto una cosa: di lasciarle ancora un po’ di tempo per illuminare le giovani coscienze, per raccontare ancora un po’ che cosa possa essere il dolore che le è stato destinato dalla vita, nelle scuole e nelle università, per provare ancora, in extremis, a salvare il mondo dal terrore che lo sta ancora attaccando.

Dove le domande più frequenti sono tre: se credo in Te, se perdono il Male e se odio i miei aguzzini. Alla prima domanda arrossisco come se mi chiedessero di denudarmi, alla seconda spiego che un ebreo può perdonare solo per se stesso, ma non ne sono capace perché penso agli altri annientati che non perdonerebbero me. Solo alla terza ho una risposta certa: pietà sì, verso chiunque, odio mai, per cui sono salva, orfana, libera e per questo Ti ringrazio (…)

Da: http://www.frammentirivista.it/pane-perduto-edith-bruck-recensione/

Incontro GdL 26 ottobre

Mia sa che può sempre contare su Margherita, la sua maestra delle elementari che, negli anni, è diventata anche la sua migliore amica. Nello strambo quaderno che custodisce in un cassetto di casa ci sono scritte tante piccole meraviglie, che sono anche tante grandi risposte. È lei a spiegarle che il cuore di una tartaruga batte sei volte al minuto, quello di un colibrì seicento. E che ogni cuore, quindi, segue il suo tempo. Ma c’è una domanda a cui Margherita non sa rispondere: “perché Fede è andato via?” Fede è il ragazzo che la famiglia di Mia ha preso in affido. Fede non voleva parlare con nessuno, ma ha scelto lei come unica confidente. Fede, con i testi delle canzoni, le ha insegnato cose che lei non ha mai saputo. Fede l’ha stretta nel primo abbraccio in cui si è sentita al sicuro e davvero felice. Fede l’ha ascoltata e capita come nessuno mai. Da quando non ha più sue notizie, Mia non riesce ad avvicinarsi alle persone, non riesce nemmeno a sfiorarle. Mentre il mondo e la storia si inseguono e si intrecciano, lei si è chiusa in un guscio più duro dell’acciaio. E non vuole più uscire. Ma se non si affronta il nemico, il rischio è che diventi sempre più forte, persino invincibile. Se non si va oltre l’apparenza non si conosce la realtà. Anche se provare a farlo è un’enorme fatica; anche se ci vuole molto tempo. Perché, come dice Margherita, ogni cuore ha la sua velocità: non importa chi arriva primo, basta godersi la strada verso il traguardo. Torna il professore che è dalla parte dei ragazzi e amato dai loro genitori. Il professore che dà voce a un’intera generazione di adolescenti. Per la stampa e la televisione è una figura di riferimento. Dopo i bestseller Eppure cadiamo feliciTutta la vita che vuoi e Più forte di ogni addio, un nuovo libro pronto a lasciare il segno. Bisogna fidarsi dell’istinto e credere al proprio cuore. Ovunque ci conduca, vale la pena di seguirlo.

Lettura volontaria per eventuale incontro con l’autore

A Regina non è una domenica come tutte le altre. Nel pomeriggio va in scena la finale del “torneo delle scuole” che, per questo luogo di provincia borghese e sonnacchioso, rappresenta un momento importante, quasi solenne, di aggregazione della comunità. Nella partita decisiva, e contrariamente ai pronostici, si affrontano la squadra del Liceo Classico (i Santi) e quella del Liceo Scientifico (gli Eroi). La mattina che precede la finale, si incrociano le storie dei ventidue liceali che daranno vita ad un incontro memorabile sull’erba dello stadio del “Degortes”.  Giovani vite, ancora adolescenti, costrette a diventare adulte troppo presto a causa di un evento drammatico ed epocale che nel pomeriggio sconvolgerà in pochi istanti i loro sogni e le aspettative future.

Incontro GdL 21 settembre 2021

AMUNURANZA
Siamo in un piccolo borgo siciliano che, dall’alto di una collina, domina il mare: una comunità di cinquemila anime che si conoscono tutte per nome. Su un lato della piazza sorge la tabaccheria, un luogo magico dove si possono trovare, oltre alle sigarette, anche dolciumi e spezie, governato con amore da Costanzo e da sua moglie Agata. Sull’altro lato si affaccia il municipio, amministrato con altrettanto amore (ma per il denaro) dal sindaco “Occhi Janchi”.

Attorno a questi due poli brulica la vita del paese, un angolo di paradiso deturpato negli anni Cinquanta dalla costruzione di una grossa raffineria di petrolio. Quando Costanzo muore all’improvviso, Agata, che è una delle donne più belle e desiderate del paese, viene presa di mira dalla cosca di Occhi Janchi, che, oltre a “fottere” lei, vuole fotterle la Saracina, il rigoglioso terreno coltivato ad aranci e limoni che è stato il vanto del marito.

Ma la Tabbacchera non ha intenzione di stare a guardare. Attorno a lei si raccoglie una serie di alleati: il professor Scianna, che in segreto scrive poesie e cova un sentimento proibito per la figlia di un amico, l’erborista Lisabetta, capace di preparare pietanze miracolose per la pancia e per l’anima, Lucietta detta “la piangimorti”, una zitella solitaria che nasconde risorse insospettate… una compagnia variopinta e ribelle di “anime rosse” che decide di sfidare il potere costituito a colpi di poesia, di gesti gentili e di buon cibo: in una parola, di “amurusanze”.

Tra una tavolata imbandita con polpettine e frittelle afrodisiache e una dichiarazione d’amore capace di cambiare una fede, le sorti dei personaggi s’intrecciano sempre più, in un crescendo narrativo che corre impetuoso verso la deflagrazione…

TERRAMARINA
È la sera della vigilia di Natale e Agata, che in paese tutti chiamano la Tabbacchera, guarda il suo borgo dall’alto: è un pugno di case arroccate sul mare che lei da qualche tempo s’è presa il compito di guidare, sovvertendo piano piano il sistema di connivenze che l’ha governato per decenni e inventandosi una piccola rivoluzione a colpi di poesia e legalità. Ma stasera sul cuore della sindaca è scesa una coltre nera di tristezza e “Lassitimi sula!” ha risposto agli inviti calorosi di quella cricca di amici che è ormai diventata la sua famiglia: è il suo quarto Natale senza il marito Costanzo, che oggi le manca più che mai.

E, anche se fatica ad ammetterlo, non è il solo a mancarle: c’è infatti un certo maresciallo di Torino che, da quando ha lasciato la Sicilia, si è fatto largo tra i suoi pensieri. A irrompere nella vigilia solitaria di Agata è Don Bruno, il parroco del paese, con un fagotto inzaccherato tra le braccia: è una creatura che avrà sì e no qualche ora, che ha trovato abbandonata al freddo, a un angolo di strada. Sola, livida e affamata, ma urlante e viva.

Dall’istante in cui Luce – come verrà battezzata dal gruppo di amici che subito si stringe attorno alla bimba, chi per visitarla, chi per allattarla, vestirla, ninnarla – entra in casa Tabbacchera, il dolore di Agata si cambia in gioia e il Natale di Toni e Violante, del dottor Grimaldi, di Sarino, di Lisabetta e di tutta quella stramba e generosa famiglia si trasforma in una giostra. Di risate, lacrime, amurusanze, tavole imbandite, ritorni, partenze e sorprese, ma anche di paure e dubbi: chi è la donna che è stata capace di abbandonare ai cani il sangue del suo sangue? Starà bene o le sarà successo qualcosa?

Cosa fare di quella picciridda che ha già conquistato i cuori di almeno sette madri e cinque padri? Tea Ranno torna a percorrere i territori fiabeschi e solari dell’ Amurusanza con il suo stile che fonde dialetto siculo e poesia e si lascia contaminare dal realismo magico sudamericano. Il risultato è una narrazione corale ipnotica, un moderno presepe fatto di personaggi vitali e incandescenti, una generosa parabola di accoglienza e solidarietà.

LE PROMESSE MANCATE
Una telefonata in una sera funestata dalla pioggia riapre vecchie ferite nella memoria del commissario Toni Nastasi: Luca, un amico d’infanzia, è stato ucciso. Alla mente del commissario ritorna il doloroso ricordo di Marco, inseparabile spalla di Toni e Luca, che trent’anni prima si è tolto la vita. Perché quel gesto?

E come sono collegate queste due vicende? Oltre a Luca, due anziani preti sono stati uccisi dallo stesso assassino, che ha lasciato sui corpi un sinistro segno di redenzione. Nastasi, impegnato a districarsi fra i ricordi che pian piano riaffiorano dall’oblio, riallaccerà i fili di una memoria che, tassello dopo tassello, presenterà un conto amaro, delineando un quadro dove vecchi affetti e nuovi volti assumono connotati imprevedibili.