Risplendi più che puoi – Sara Rattaro

(Una riflessione di Valeria Gramolini)

Chissà cosa porta una vittima ad incontrare il suo carnefice? Quale oscura legge dell’attrazione salda i destini di due esseri nella morsa di una relazione da cui nasce solo dolore?
La storia vera che ci racconta la nostra autrice , così attenta a registrare le ansie e i piani razionali del suo personaggio mentre tenta di uscire dal proprio inferno, è purtroppo solo una delle tante ed inspiegabili vicende crudeli che segnano la vita di molte donne, di cui ultimamente anche inchieste e ricostruzioni televisive ci danno testimonianza.
Donne e bambini: gli oggetti privilegiati dal male, perchè più deboli,  nell’esternazione della sua potenza distruttiva per il  dominio sul mondo.
Lo strumento generalmente è l’uomo, il maschio,  ma non solo e non sempre. Spesso infatti egli è coadiuvato da donne, figure femminili altrettanto perverse e predatorie, esseri che sembrano non avere niente della specie umana, stretti gli uni alle altre, inspiegabilmente,  in un sodalizio dal senso misterioso e sfuggente.
Penso ad esempio a certe donne dei clan mafiosi o alle aguzzine naziste.
Il male va oltre l’identità sessuale o l’età anagrafica. Può anche scegliere quale interprete di se stesso un bambino o un adolescente. Quante torture è in grado di infliggere un esserino anche di solo sette o otto anni ad un animaletto domestico, ad un uccellino o ad una lucertola presa a sassate, o ad un compagno di giochi di cui è geloso!
Nel caso della nostra storia all’origine della deformazione caratteriale che spinge Marco a segregare e seviziare Emma, sua moglie, c’è tutto un contesto famigliare anafettivo, fatto di sorelle, fratelli, madri e padri incapaci d’amare o proteggere  e violenti essi stessi, i quali si autoassolvono per colpe che neppure riescono a riconoscersi e che sono lontani anni luce dall’idea di uscire dalla propria patologia.
Dopo che Emma trova il coraggio di sottrarsi alle torture del marito, non con la denuncia (via che non l’avrebbe portata da nessuna parte, almeno a quei tempi), bensì con una strategia di resistenza passiva che culmina con un ricovero ospedaliero per abortire il secondo figlio, si palesa finalmente a tutti la sostanza della sua prigionia. Prigionia taciuta per paura, per vergogna, perchè non creduta, perchè inimmaginabile.
Ora tutti sanno che Marco è un paranoico, uno psicotico aggressivo ed estremamente pericoloso, cioè capace di uccidere.
A partire da questa diagnosi, dal ricovero coatto dell’uomo e dalle cure antipsicotiche che gli vengono prescritte, Emma può faticosamente sperare di uscirne.
Dopo lunghi e tormentati anni giunge all’agognato divorzio e alla resa definitiva dell’uomo, vinto da se stesso e dalla propria malattia.
Lentamente, ma con determinazione costante, Emma riconquista la propria luce e può tornare a splendere.
Era infatti una giovane piena di vita e di talento artistico; forse era stata proprio questa sua lucentezza ad abbagliare Marco e attirarlo verso di lei. Il buio e la luce si erano trovati e legati indissolubilmente, all’insaputa di tutti, nel vincolo di un matrimonio veloce e pazzo, così come fanno i divi americani, solo che l’Italia non è Las Vegas e i contratti d’amore a quel tempo duravano a vita.
Le passioni istintive  a volte si pagano amaramente. Ed Emma non era certo una che si lasciasse fermare dal buon senso o dai divieti dei suoi genitori. Anche nella relazione precedente aveva vinto lei, mettendosi con uno di vent’anni più vecchio.
Scelta provvidenziale quella però, nonostante tutto, poichè l’uomo, un medico, l’avrebbe aiutata in seguito fornendole sonniferi per tenere sedato Marco ed antidolorifici per lei, rotta nel corpo e nell’anima dalle umiliazioni psicologiche e dalle percosse dell’uomo.
Dunque gli errori si devono scontare. La fretta ci fa commettere passi falsi e non tutti sono in grado di tornare sulla via maestra come Emma, la quale con grande intelligenza, lucidità e forza, riesce a pianificare la propria autodifesa, la propria riscossa, il proprio riscatto e a vincere   la sua guerra.
E’ l’istinto materno a renderla così combattiva. L’energia propulsiva le è fornita dalla piccola Martina, ancora salva da lesioni fisiche ma gravemente compromessa sul piano psichico, traumatizzata da ciò che vede, segregata dal mondo e manipolata dal padre. Fortunatamente però anche lei alla fine, grazie alle cure e all’amore dei nonni materni, riuscirà a recuperare una qualche normalità.
Ma la forza di Emma va ancora oltre. Non si accontenta di salvare se stessa e la sua creatura. Si espone invece a nuovi rischi cercando di mettere in salvo anche la nuova vittima di Marco, guarito solo a metà. L’uomo infatti non assume più quei farmaci che gli permettono di non distorcere la verità delle cose e continua ad essere una mina vagante.
Emma dunque mette in guardia la sua nuova preda e nello stesso tempo si strugge di pena per quell’uomo di cui era così innamorata e del quale continua ad avere paura.
Quante donne violate continuano ad accogliere i propri partners pentiti, perdonandoli come bambini che non sanno quello che fanno e pensando che la loro vita sarebbe nulla senza di essi? Quante donne buttano via  la propria dignità pur di non restare sole ed avere un uomo accanto?
Occorre avere stima e amore per se stesse per rinunciare ad un uomo violento e non sentirsi in colpa se ai maltrattamenti si preferisce la propria sopravvivenza.
Tuttavia una donna sola può ben poco se non ha il supporto di un contesto che sta dalla sua parte: familiari, vicinato, un gruppo d’ascolto, la legge.
Ed ecco la nota più dolente. Neanche fossimo uno di quei paesi dove si obbligano le donne a portare il velo, a starsene chiuse in casa e a rinunciare ai più elementari diritti della persona, anche i governi italiani per molti anni non hanno fatto altro che farsi interpreti del pensiero maschilista dominante, il quale considerava la donna una semplice appendice dell’uomo e quindi a lui sottomessa anche  all’interno del matrimonio.
La Battaro arricchisce il suo impegno civile nel raccontarci questa storia così amara anche inserendovi quei passaggi legislativi che nel tempo ci hanno sollevate, da semplici oggetti riproduttivi e di piacere, ad esseri umani con  diritti pari a quelli dei nostri compagni. Li riporto pressochè integralmente affinchè possiamo ricordarcene:
* 1956: la Corte Costituzionale abolisce lo ius corrigendi, cioè il diritto di colpire la moglie per errori nell’educazione dei figli
* ( per unirsi in matrimonio ci vogliono pochi secondi, per separarsi fino a tre anni, prima del 2015)
* 1975: abolizione della potestà maritale. Con il nuovo diritto di famiglia ora i coniugi hanno pari diritti
* 1981: legge 442 del 2 agosto: abolizione del delitto d’onore. Prima di questa data colui che uccideva la propria moglie o sorella sotto l’ira pe l’offesa del proprio onore aveva diritto a sconti di pena da 3 a 7 anni
* 1981: viene abolito il matrimonio riparatore, cioè l’estinzione del reato di violenza carnale  nel caso in cui lo stupratore di una minorenne accondiscendesse a sposarla per salvare l’onore della famiglia
* 1996 legge 66: la violenza sessuale viene finalmente riconosciuta come reato contro la persona e non più contro la morale pubblica e il buon costume
* 2001: legge 154 del 4 aprile 2001  – Il giudice può prendere misure per contrastare la violenza nelle relazioni familiari, come l’allontanamento di un familiare pericoloso dal domicilio comune, impedire l’avvicinamento ai luoghi frequentati dalla famiglia, pagare un assegno alla stessa riamasta senza sostegno economico a causa dell’allontanamento
* 2009: legge 38 del 23 aprile – Viene riconosciuto il reato di stalking e persecuzione (emerge un fenomeno dalle dimensioni inquietanti)
* Telefono antiviolenza: 1522
Ovviamente non bastano le leggi per cambiare le cose, perchè amore e rispetto non si possono imporre, ma tutelare sì. Occorre uno sforzo culturale collettivo per educare ed autoeducarsi contro ogni forma di violenza e vessazione, che non sia quella legittima per difendere la nostra persona e la nostra vita.
Tuttavia neppure la più profonda riflessione filosofica o teologica può spiegarci l’origine del male e le ragioni vere e orofonde dell’odio. La nostra tradizione religiosa lo fa risalire a Caino ed Abele, alla gelosia fraterna per ottenere l’amore del padre. E, in definitiva , le correnti teologiche più innovative non parlano più del male come emanazione diabolica, come possessione da parte di Satana della psiche umana, ma identificano il male con la mancanza d’amore.
Certamente, dove viene meno l’amore, come nella famiglia di Marco, vengono meno anche i presupposti stessi di relazioni equilibrate. Va però anche detto che gli altri membri di quella famiglia, pur essendo attraversati da incredibile perfidia, non erano arrivati a tanto. Forse che la loro ferita narcisistica era meno profonda? Oppure si tratta di variabili personali, vale a dire che non tutti reagiamo allo stesso modo di fronte agli stessi accidenti?
Dove finisce la natura e comincia la cultura, insomma?
Mi sono fatta l’idea che Marco potesse essere un omosessuale latente. Il padre doveva essere così violento ed autoritario che per il ragazzo fu impossibile assumere l’identità sessuale maschile. Tant’è che non lavorava, non cercava neppure una realizzazione professionale, ma aveva assunto modalità esistenziali piuttosto femminili, quali ad esempio fare il pane o delegare alla moglie il compito di mantenere la famiglia, salvo poi entrare in conflitto con la gelosia ed impedire di fatto alla donna qualsiasi contatto sociale.
Chissà quante e quali tempeste  visionarie attraversavano la sua mente prima di esplodere in quei raptus così deliranti e violenti? Chissà come andavano formandosi dentro il suo subconscio ossessioni, paranoie, insicurezze e repulsioni? Da quale abisso di disistima verso se stesso saliva quell’astio così esasperato verso i successi professionali della moglie, tale da volgersi nel suo contrario, cioè nella denigrazione e nella distruzione psicologica di colei che non riusciva ad eguagliare?
Anche nelle migliori famiglie trovano spazio ed attecchiscono i germi dell’invidia…
Chi non  ha mai fatto una qualche seppur minima esperienza di queste “incarnazioni” del male? Ce n’è di gente così e la gamma delle gradazioni dell’intensità è davvero ampia. Ne ho conosciuta anch’io e vi garantisco che possono sconvolgere la vita di una persona. Tuttavia bisogna mettere in conto che questi incontri possono far parte della vita. L’importante è cercare di capire in primo luogo come evitarli e successivamente come uscirne.
Inutile negare che spesso siamo noi ad attirarceli. Esistono diverse teorie in proposito, ma sconfineremmo nel metafisico ed è meglio lasciar perdere. Pensiamo invece a quanto dovrebbe essere solida e flessibile allo stesso tempo la nostra struttura psichica per riuscire a riconoscere per tempo chi potrebbe farci male, visto che è sempre meglio prevenire che curare.
In genere un eccesso di splendore attira queste falene soprattutto quando a risplendere è anche l’ingenuità, la bontà e la fiducia nel prossimo. Perciò amore ed accoglienza non dovrebbero mai essere impulsi ciechi e sciocchi, ma gesti attraversati anche da accurata ponderazione.
In fondo paura e fuga non sono che strategie difensive naturali che condividiamo con il mondo animale. E’ giusto ed opportuno dunque farne uso quando si avverte qualcosa di stonato in una relazione. Il fatto è che spesso temiamo più la solitudine che le aberrazioni di sentimenti distorti.
Emma aveva imparato, col tempo, a riconoscere il momento che precedeva l’esasperazione di Marco e l’atto violento successivo. Uno sguardo obliquo, torvo, basso, inquietante; oppure una calma indifferente ed eccessiva che anticipava la tempesta. E noi, saremmo in grado di farlo? Oppure, al contrario, c’è qualcosa dentro di noi  che ci fa somigliare a Marco? Riusciamo ad individuarlo? Ne siamo consapevoli? Ce ne preoccupiamo e siamo disposti a curarci? Come reagiremmo se anche a noi toccasse vivere in un ambiente familiare così sinistro e glaciale?
Fino a che punto si deve comprendere e giustificare?
Si spiga tutto con la malattia o può esserci una causa genetica o fisiologica per la cattiveria, mentre l’ambiente esterno fugge solo da rinforzo?
Questi argomenti sollevano sempre molte domande, tante congetture e poche risposte certe.
Meglio un farmaco o una psicoterapia? O entrambi?
Dove è situata la sede della malvagità? E’ già dentro di noi, nel nostro cervello oppure è il “demonio ” che si impossessa della nostra anima?
Forse essa risiede nella stessa natura umana, condannata da sempre ad esprimere ora le cose più sublimi ed eccelse, ora le brutture più devastanti.
E così, tra luci abbaglianti ed oscurità abissali, procede la nostra esistenza su questa terra.
Forse, come dicono gli orientali, se non ci fosse questa alternanza non ci sarebbe nepure il movimento. La vita infatti è qualcosa di dinamico, dove distruzione e costruzione si susseguono fin dalla notte dei tempi e magari non siamo mai neppure noi a scegliere il nostro destino. Esso ci cade addosso come pioggia, perchè era ciò che si trovava nell’aria in quel momento. Tuttavia, se avessimo guardato e visto l’oscurità del cielo, avremmo potuto scegliere se starcene in casa, uscire con l’ombrello o rischiare di bagnarci. Perciò, pur nella inevitabile determinatezza di certi eventi (quando piove, piove…), c’è sempre un discreto margine per il libero arbitrio.
Pur sapendo di attirarmi le ire furiose di molte donne che rivendicano giustamente il diritto di andarsene sole per il mondo o di abbigliarsi come credono, asserisco con forza che spesso, purtroppo, la prudenza è necessaria. Anche se fastidiosa, limitante e lesiva di libertà ed uguaglianza, non possiamo rinunciarvi completamente in nome di ciò che è giusto, almeno fino a quando certe mentalità continuano a sopravvivere.
Il che non significa smettere di lottare, sia nel pubblico che nel privato, anzi…!
Possiamo farlo anche solo e semplicemente leggendo libri come questo, ma soprattutto facendoli leggere ai nostri amici maschi e ai nostri compagni.
Perciò grazie  Sara!  Ma anche grazie a David, che sfrucugliando da lettore attento e sensibile qual è tra miriadi di libri, pur maschio, è riuscito a trovare un libro giusto per la nostra santa  causa.

Video dell’autrice per il nostro Gruppo di Lettura

 

Vanity Fair (27 aprile 2016) – Isabella Mazzitelli – Intervista

Ultimi casi, Molinella e Roma (due mogli uccise, due mariti arrestati): è ancora FEMMI NICIDIO. Qui, l’incubo di una donna «scampata». Che ora, protagonista di un libro, ha un consiglio da dare alle altre.

Alla fine il messaggio è: non vergognarsi di chiedere aiuto… PERCHÉ NON E’ UNA COLPA. Grazie. La vera Emma.
Arriva, questo sms, a intervista conclusa, come un’estrema sintesi. Siamo state al telefono quasi due ore. Impensabile incontrarsi, e anche sapere il suo vero nome, o dove vive, o che cosa fa sua figlia, che oggi ha 25 anni  e per fortuna sta bene, è forte, saggia, amatissima. Ma, parlandole, capisco questo vincolo di riservatezza: non vuole correre il rischio di essere  attaccata dagli zombie del suo inferno di un tempo. D’altra parte, la sua storia è unica ma è anche la voce di un immenso tragico coro di donne vittime dei loro uomini. Isolate, percosse, violentate, segregate.
Lei per sei anni – fino a una fuga geniale – in una casa sui monti, costretta anche ad abortire, in punizione ogni due per tre nel garage, con una ciotola per l’acqua come i cani, altrimenti al piano di sopra con gli scuri chiusi, i lucchetti  e i chiavistelli, le chiavi sotto al cuscino del marito, la figlia bambina ostaggio di un uomo malato, paranoico, innocuo solo quando nel bicchiere c’era sciolto il Roipnol. Emma è il nome che le ha regalato Sara Rattaro, premio Bancarella con Niente è come te. Un giorno, durante una presentazione, la scrittrice è stata avvicinata da una bella signora  sui  cinquanta: «Vorrei raccontarle la mia storia». Il romanzo che ne è nato, con solo pochi passaggi di fantasia necessari alla narrazione, si intitola “Splendi  più che puoi “(Garzanti).
Ha la potenza della vita vissuta, la mano sapiente delle parole di carta, la forza dei sogni che ci tengono in vita e ci fanno volare di nuovo, quando riusciamo ad aprire la gabbia. 

D:Le è piaciuto il libro che ha ispirato? 
R:«Non sono ancora riuscita a leggerlo tutto, mi faccio pena da sola. Ma sono felice: erano anni che riflettevo sul fatto che non si debba  dimenticare, anche facendo una vita come la mia di oggi, più che normale». 

D:Chi era il suo ex marito?
R:«Lo conobbi ventenne, affascinante, premuroso, famiglia in vista. Mi ha picchiato la prima volta in viaggio di nozze, col bastone dell’ombrellone. Avevo un bel lavoro, creativo. Nel giro di pochi mesi non avevo più niente, lui non lavorava, vivevamo dei miei risparmi». 

D:Sua figlia che cosa sa, che cosa ricorda?
R:«Per  fortuna ha rimosso tanto, ma purtroppo ha assistito alle violenze. Non le ho mai parlato male di suo padre, ho cercato di preservarle il ricordo di un papà affettuoso, come a volte era. L’ha incontrato, dopo la nostra fuga, in ambienti sorvegliati ma – passato un po’ di tempo – lui non si è più presentato. Lei lo ha cercato a 18 anni: dieci giorni invano sotto al portone. Dopo aver letto il libro, ha pianto lungamente: “Mamma, è vero che è malato, ma non tutti i paranoici picchiano le mogli. Credimi, sarebbe stato lo stesso un grandissimo stronzo”. 

D:Lei ha mai provato a chiedere  aiuto?
R:«Stiamo  parlando di più di 20 anni fa. Oggi sarebbe stato  diverso: c’è il telefono 1522, c’è una rete, ci sono leggi che tutelano le donne. Ma io mi domandavo: e se vado dai carabinieri e trovo uno che minimizza e mi riconsegna a mio marito? Quello mi ammazza». 

D:Lei dice che solo chi ci è passato può capire.
R:«Sono vicende che ti mettono in uno stato d’animo eccezionale, ed è difficile provare empatia per situazioni così estreme. Quando le vivi, sei prostrata, in preda  a una paura cieca: di essere uccisa, che uccida i tuoi figli. Bisognerebbe scappare alla prima sberla, questo l’ho capito dopo. Il primo schiaffo è stupore, la prima bastonata la giustifichi. Ero ingenua, ero cresciuta in una famiglia amorevole: mio marito all’inizio mi sembrava un uomo ferito, ero incredula  di fronte ai suoi cambiamenti. In più, non volevo ammettere di essermi sbagliata, e temevo il giudizio della gente». 

D:Che cosa dice sua figlia, oggi? 
R:«Le ho chiesto: sembro proprio cretina, all’inizio del libro, eh? “Si mamma, furba non eri. Ma quante sbagliano a sposarsi? Mica tutte rischiano la pelle, per un errore. Sei stata sfortunata, dai”».