L’ultimo assedio di Roberto Bernacchia (Europa Edizioni, 2015)

Trascrizione di una parte dell’introduzione di Roberto Bernacchia, dove vengono illustrate le basi storiche sulle quali si muovono i personaggi e alle quali si ispira la trama del romanzo.

Avete mai provato ad immaginare di andare indietro nel tempo per cercare di cambiare il corso degli eventi? Io l’ho fatto fin da piccolo e forse qualcuno dirà che si tratta di un esercizio un po’ infantile; questo vizio comunque mi è rimasto.

Sappiamo d’altra parte che tornare indietro è impossibile. Così sono andato avanti, cercando di immaginare un mondo sconvolto da una catastrofe di dimensioni planetarie. Qualcuno potrebbe pensare che sono stato troppo drastico, apocalittico: ‘apocalittico’ non è proprio esatto, poiché mi sono tenuto al criterio della verosimiglianza. Quello che immagino è qualcosa che potrebbe accadere (senza voler spaventare). Forse in qualche parte del mondo è già accaduto o sta accadendo qualcosa di analogo. Se pensiamo a certi scenari di guerra, di sconvolgimenti, come la Siria, l’Afghanistan, la Somalia ecc. , ci accorgiamo che non si tratta solo di materia romanzesca; se poi poteste interrogare qualcuno scampato all’assedio di Aleppo e gli raccontaste, in sintesi, la vicenda contenuta in questo libro, questo signore potrebbe pensare che quello che ho scritto nel libro è un po’ all’acqua di rose rispetto alla realtà che lui ha vissuto sulla sua pelle.

Ho cominciato a scrivere questo libro nel 2007, cioè nel momento in cui scoppiava la crisi finanziaria che poi l’anno successivo avrebbe dato il via alla crisi economica mondiale.

È da un pezzo che sto pensando che questo sistema economico, sociale, politico, imperniato sul cosiddetto primato dell’Occidente, non potrà essere eterno. Dunque, sono giunto alla conclusione che la nostra civiltà non può durare in eterno. Pensare il contrario non sarebbe scientifico: anche questa civiltà purtroppo (anzi no, è giusto così) avrà termine.

Ho cercato di raccontare come una piccola città periferica del mondo reagisce alle mutate condizioni imposte da questa catastrofe mondiale. Questa reagisce cercando di approntare nuove forme di organizzazione sociale, nuove ma in realtà si tratta di vecchie forme: per esempio si ridà slancio al settore primario dell’economia, l’agricoltura, la coltivazione dei campi e, soprattutto, alla pianificazione dello sfruttamento del suolo. Si ripristina la proprietà collettiva della terra. Questa istituzione ha una lunga storia: anche nelle fasi protostoriche dell’Italia preromana esistevano delle comunità che possedevano delle terre comuni, soprattutto delle foreste, dei pascoli. Questo regime collettivo resiste anche alla romanizzazione e poi riemerge nel Medioevo grazie all’apporto delle popolazioni barbariche. La sua storia è più lunga di quella della proprietà privata.

Un altro settore che viene ripristinato è quello dell’artigianato manifatturiero, preindustriale. Come la produzione agricola, la comunità doveva produrre tutto quanto era necessario per potersi mantenere, perché da fuori non veniva più niente. In una situazione del genere si recupera tutta una tradizione, la conoscenza del “saper fare”, saper produrre un arnese, uno strumento della vita quotidiana. In tale contesto la moneta non ha più ragione di esistere, perché ognuno lavora per sé e per gli altri, per cui gli scambi avvengono senza bisogno dell’intermediazione della moneta; alla fin fine c’è un ritorno all’economia naturale.

Qualcuno potrebbe dire che tutto ciò è bello, idilliaco. La gente riscopre il valore della comunità, della solidarietà, della coesione sociale; l’egoismo viene messo un po’ da parte. Ma, ad un certo punto, contro questa comunità si scatena un’orda selvaggia, una banda di predatori che vanno in giro a rapinare.

Anche l’economia di rapina ha una lunga storia dietro di sé: tutti i grandi imperi hanno messo in atto un’economia di rapina. Un esempio banale: anche l’impero romano rapinava le risorse delle popolazioni che riusciva a sottomettere; finché ci sono state guerre di conquista l’impero ha prosperato, quando queste sono cessate l’impero è decaduto.

E un po’ tutti gli altri imperi sono vissuti di rapina, tanto è vero che s. Agostino nel “De civitate Dei” scrive che “togliendo la giustizia, che cosa sono i regni se non grandi ladrocini e che cosa sono i ladrocini se non piccoli regni?”. Poi riporta l’episodio del pirata che viene catturato dalla flotta di Alessandro Magno e viene condotto di fronte all’imperatore che, come suprema autorità giurisdizionale, lo interroga. Ma costui ad un certo punto gli dice: “Io e te facciamo la stessa cosa, solo che tu lo fai con una grande flotta e sei chiamato imperatore, mentre io lo faccio con un piccolo naviglio e sono chiamato pirata”. Questo per dire che s. Agostino non ha voluto delegittimare lo stato, però ha anche detto che se lo stato non si basa sulla giustizia, sulle leggi, al di sopra delle quali non ci dovrebbe essere nessuno, allora diventa illegittimo.

Una possibile obiezione al mio romanzo è che io tratteggio una linea troppo netta tra il bene e il male. Forse è vero, ma mi sembrava importante fare questo in un’epoca di imperante relativismo. Credo nella verità, nel bene, e purtroppo credo pure che esiste il male. Se questa linea di demarcazione può sembrare molto netta, faccio osservare che i buoni non sono tutti uguali, nel senso che ci sono buoni che non sanno guardare la realtà così com’è e, anche se lo fanno, non hanno il coraggio di andare controcorrente. Purtroppo può capitare che la maggioranza dei buoni assecondi il male, non reagisce, ritiene che andare contro il male sia un compito che non gli compete o che sia una impresa troppo grande per loro, per degli uomini comuni.

Altri punti interessanti

Una cosa curiosa, si fa per dire, è che quella del 1517 fu guerra tra italiani, anche se fu combattuta con un supporto sostanziale di mercenari stranieri. Poteva capitare che una persona combattesse contro un amico, addirittura contro un parente. A proposito di questo possiamo descrivere una situazione realmente accaduta nell’assedio e nel sacco di Mondolfo di 500 anni fa.

Un tedesco esce fuori dalla rocca portando il piccolo Filippo Giraldi (aveva 8 anni all’epoca dell’assedio, diventò poi un cronista di questo ed altri eventi) sulle spalle a “mo’ di capretta”, incontra il capitano italiano Orsino Orsini, che era un amico di famiglia dei Giraldi, il quale riconosce il bambino e gli fa delle carezze e dice al tedesco: “Lascia questo putto che è uno dei nostri”, quello gli risponde un po’ in tedesco e un po’ in italiano che non intendeva lasciarlo cercando di proseguire il suo cammino. Il capitano gli ripete l’ordine e il tedesco mette mano alla spada, allora un soldato dell’Orsini gli trapassa il petto con l’alabarda e butta il cadavere nel fossato della rocca e libera il bambino.

In situazioni come questa i bambini venivano catturati perché era un il modo più facile per convincere i genitori a sborsare il riscatto o a rivelare dove tenevano il tesoretto di famiglia. Guarda caso, nell’esempio sopra descritto vennero catturati i rampolli di una famiglia facoltosa (oltre a Filippo, suo fratello Girolamo, catturato da un soldato spagnolo e poi riscattato dal cardinal legato, ossia dal comandante del campo), come se sapessero esattamente chi prendere (lo spionaggio durante questa guerra, e non solo, ha avuto un’importanza fondamentale).

Ad un certo punto Roberto chiede a Valeria, autrice di un bel commento sul libro: affermi che il personaggio femminile principale ricorda un po’ la Beatrice di Dante, come ti è venuta questa idea?

Valeria: Perché è una cosa romantica, una creatura molto ideale.

È la stessa idea che ho avuto io; ho cominciato a tratteggiare questo personaggio senza pensare a Dante. Ma alla fine, ripensandoci, ho capito che era venuto fuori un personaggio che più o meno aveva la stessa funzione di Beatrice, cioè di colei che guida in qualche modo il protagonista, che dà dei consigli, una persona che capisce più degli altri, forse in certi casi vede più chiaro di Ruben, anche perché è stata fuori, ha visto com’è il mondo, può confermargli una certa conoscenza, certe notizie. Comprende in anticipo quale sarà lo svolgimento successivo, gli dice; “guarda, quando comincerà a scorrere il sangue, questa unione di intenti verrà messa a dura prova”, come poi è puntualmente avvenuto.