La storia di Gioia colpisce e va dritta alle emozioni, è vita vera e piena, è quello sguardo sulle cose che non ti aspetti. “Eppure cadiamo felici” è illuminazione e bellezza spontanea. Ho percepito Gioia come se fosse reale quando leggevo, ho attraversato le sue impressioni, le sue paure, la sua ingenuità e la sua profondità allo stesso tempo. È proprio questo che mi ha colpita: il suo essere innocente e la sua forza di volontà, la sua intensità d’animo, la sua mentalità così differente e brillante. Enrico Galiano ha creato un personaggio formidabile, capace di tirar fuori un lato nascosto e sconosciuto che può essere presente in ognuno: quella preziosa bellezza che è dentro, nascosta, invisibile ma viva, che rende unica una persona, la fa essere ciò che è realmente e profondamente. Gioia regala questa visione, questa particolare prospettiva attraverso i suoi pensieri, le sue azioni, le sue domande, le sue discussioni con l’amica Tonia, le sue parole collezionate nel taccuino. Il suo percorso è fatto di incomprensioni a scuola, distanze, indifferenza dei genitori, musica, foto, solitudini, amore, tenerezza. Conosce la svolta quando incontra Lo: simili ma con vicende diverse, ognuno riesce ad entrare nell’altro perché si riconosce, si cerca trovandosi nonostante i dubbi, i tanti perché, le paure. La sofferenza personale lascia il posto all’amore, alla spontaneità, alla crescita. I loro incontri sono condivisione ed esplorazione che li trasforma, li sconvolge entrambi: Gioia conosce un lato della vita che non aveva mai avuto modo di conoscere, si sente diversa e se stessa allo stesso tempo, sperimenta per la prima volta l’intensità e la dolcezza di una relazione vera. Grazie a questo, la ragazza saprà andare incontro a Lo, questo ragazzo che si porta appresso il faticoso carico della sua storia. Gioia saprà prendere le sue decisioni anche quando il mondo attorno a lei non la comprende ma la giudica, la esclude. Il professor Bove, Giovanna (la barista del BarA) sono tra i pochi ad instaurare un dialogo concreto con lei, ad accoglierla e a starle vicino, a darle delle chiavi di lettura autentiche e sincere. In alcuni tratti l’immaginazione si confonde con i fatti, l’apparenza della realtà si mescola con l’interiorità profonda di Gioia. I fatti esterni assumono un significato alternativo, non scontato se visti da Gioia grazie alla scrittura diretta ed emotivamente ricca di Galiano. La passione per i Pink Floyd, per la fotografia, la collezione di parole intraducibili: ogni cosa diventa motivo di vita, di ricerca, di meraviglia. Quel pezzettino di bellezza nascosta che c’è e vive.

Al di là dello svolgimento del romanzo in sé, “Eppure cadiamo felici” svela il dolore personale, interno delle persone. Un dolore che fa cadere, che isola, che fa male dentro. C’è molto dietro ad un volto, ad un’espressione, ad un racconto, ad una semplice domanda. “Eppure” è quell’espressione che indica qualcosa di più, la risalita, la possibilità, la scelta che può cambiare. Questo libro mi ha personalmente lasciato quel modo particolare di considerare gli eventi, di vedere le persone, le riflessioni di Gioia, la sua sensibilità e la sua immaginazione fuori dal comune. Tra le parole intraducibili da tutto il mondo, ne riporto due che vorrei condividere: “magari” (“se solo questa cosa potesse essere vera”, dal greco makarios “felice”) e “shu”, parole cinese che significa “mettere l’altro nel proprio cuore”. Galiano ha saputo mettersi nei panni di una giovane ragazza, insegnando la bellezza della semplicità, della meraviglia nascosta e il valore unico dell’altro. Per me conoscere e incontrare Gioia tra le pagine è stata una scoperta inaspettata, bellissima che spero di ritrovare nel suo continuato “Felici contro il mondo” (Garzanti).